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La globalizzazione e i suoi nuovi malcontenti

NEW YORK – Quindici anni fa ho scritto un libro intitolato Globalization and its Discontents, che parlava della crescente opposizione dei Paesi in via di sviluppo alle riforme legate alla globalizzazione. Sembrava un mistero: alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo è stato detto che la globalizzazione avrebbe migliorato il benessere generale. Quindi perché così tante persone sono diventate ostili alla globalizzazione?

Ora, agli oppositori della globalizzazione nei mercati emergenti e nei Paesi in via di sviluppo si sono unite decine di milioni nei Paesi avanzati. I sondaggi, compreso un attento studio di Stanley Greenberg e dei suoi colleghi del Roosevelt Institute, mostrano che il commercio è tra le maggiori fonti di insoddisfazione per un’ampia parte di americani. Simili punti di vista sono evidenti anche in Europa.

Aleppo

A World Besieged

From Aleppo and North Korea to the European Commission and the Federal Reserve, the global order’s fracture points continue to deepen. Nina Khrushcheva, Stephen Roach, Nasser Saidi, and others assess the most important risks.

Come può qualcosa che i nostri leader politici – e molti economisti – dicevano avrebbe migliorato la vita di ognuno essere così criticato?

Una risposta sentita di tanto in tanto da economisti neoliberali che si sono mostrati a favore di tali politiche è che le persone se la passano meglio. E’ solo che non lo sanno. Il loro malcontento è roba da psichiatri, non da economisti.

Ma i dati sul reddito suggeriscono che sono i neoliberisti a poter beneficiare della terapia. Ampi segmenti della popolazione nei Paesi avanzati non stanno andando bene: negli Stati Uniti, il 90% di ha il reddito più basso ha assistito a una stagnazione del reddito per un terzo di secolo. Il reddito medio per i lavoratori di sesso maschile a tempo pieno è in realtà inferiore in termini reali (al netto dell'inflazione) di quanto non fosse 42 anni fa. In conclusione, i salari reali sono paragonabili al loro livello di 60 anni fa.

Gli effetti della sofferenza e del turbamento economico che molti americani stanno sperimentando sono visibili anche nelle statistiche sulla salute. Ad esempio, gli economisti Anne Case e Angus Deaton, premio Nobel di quest'anno, hanno dimostrato che l'aspettativa di vita tra gli americani bianchi è in declino.

Le cose vanno un po’ meglio in Europa – ma solo un po’ meglio.

Il nuovo libro di Branko Milanovic Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalizationfornisce alcune riflessioni importanti, prendendo in considerazione i grandi vincitori e vinti in termini di reddito nel corso dei due decenni dal 1988 al 2008. Tra i grandi vincitori, in tutto l’1%, c’erano i plutocrati del mondo, ma anche la classe media delle nuove economie emergenti. Tra i grandi perdenti - chi ha guadagnato poco o nulla – c’erano I più poveri e le classi medie e lavoratrici nei Paesi avanzati. La globalizzazione non è l'unica ragione, ma è uno dei motivi.

Secondo l'ipotesi dei mercati perfetti (che è alla base della maggior parte delle analisi economiche neoliberiste) il libero scambio uniforma i salari dei lavoratori non qualificati in tutto il mondo. Il commercio di beni è un sostituto per la circolazione delle persone. L'importazione di merci dalla Cina - beni che richiedono molti lavoratori non qualificati - riduce la domanda di lavoratori non qualificati in Europa e negli Stati Uniti.

Questa forza è così solida che se non ci fossero i costi di trasporto e se gli Stati Uniti e l'Europa non avessero un’altra fonte di vantaggio competitivo, come ad esempio nella tecnologia, alla fine sarebbe come se i lavoratori cinesi continuassero a migrare verso gli Stati Uniti e l'Europa fino a che le differenze di salario non siano eliminate del tutto. Non a caso, i neoliberisti non hanno mai reso noto questa conseguenza della liberalizzazione del commercio, poiché sostenevano - si potrebbe dire mentivano - che tutti ne avrebbero tratto beneficio.

Il fallimento della globalizzazione per mantenere le promesse dei politici tradizionali ha sicuramente minato la sicurezza e la fiducia nell’"establishment". E le offerte da parte dei governi di salvataggi generosi per le banche che avevano portato alla crisi finanziaria del 2008, lasciando i cittadini comuni a cavarsela da soli, hanno rafforzato l'opinione che questo fallimento non era soltanto una questione di errori di valutazione economica.

Negli Stati Uniti, i repubblicani del Congresso si sono persino opposti nel dare assistenza a coloro che sono stati direttamente feriti dalla globalizzazione. Più in generale, i neoliberali, evidentemente preoccupati per gli effetti negativi di incentivazione, si sono opposti a misure di welfare che avrebbero protetto i perdenti.

Ma non possono avere entrambe le cose: se la globalizzazione significa avvantaggiare la maggior parte dei membri della società, devono essere attuate rigide misure di protezione sociale. Gli scandinavi lo avevano capito molto tempo fa; faceva parte del contratto sociale che ha mantenuto una società aperta - aperta alla globalizzazione e ai cambiamenti della tecnologia. I neoliberali non lo hanno capito - e ora, nelle elezioni negli Stati Uniti e in Europa, stanno avendo la loro giusta punizione.

La globalizzazione è, ovviamente, solo una parte di ciò che sta accadendo; l'innovazione tecnologica è un'altra parte. Ma tutta questa apertura e la rottura avrebbero dovuto renderci più ricchi e i Paesi avanzati avrebbero potuto introdurre politiche per garantire che i guadagni venissero ampiamente condivisi.

Invece, hanno fatto pressioni a favore di politiche che miravano a ristrutturare i mercati in modo da aumentare la disuguaglianza e minare la performance economica nel suo complesso; la crescita in realtà ha rallentato, dal momento che le regole del gioco sono state riscritte per far avanzare gli interessi delle banche e delle società - i ricchi e i potenti - a scapito di tutti gli altri. Il potere contrattuale dei lavoratori è stato indebolito; negli Stati Uniti, almeno, le leggi sulla concorrenza non hanno tenuto il passo con i tempi; e le leggi esistenti sono state applicate in modo inadeguato. La finanziarizzazione ha continuato a ritmo sostenuto e la corporate governance è peggiorata.

Ora, come faccio notare nel mio recente libro Rewriting the Rules of the American Economy, le regole del gioco devono essere cambiate di nuovo - e ciò deve includere misure per domare la globalizzazione. I due nuovi grandi accordi che il presidente Barack Obama ha appoggiato - il Partenariato Transpacifico tra gli Stati Uniti e 11 Paesi delle isole del Pacifico e il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra l'Ue e gli Stati Uniti – rappresentano delle mosse nella direzione sbagliata.

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Il messaggio principale di Globalization and its Discontents era che il problema non era la globalizzazione, ma come è stato gestito il processo. Purtroppo, la gestione non è cambiata. Quindici anni dopo, i nuovi malcontenti hanno portato a casa quel messaggio alle economie avanzate.

Traduzione di Rosa Marseglia