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La forza delle storie false in Turchia

ISTANBUL – Alla fine di marzo, un nuovo processo ha portato all’assoluzione di oltre 200 funzionari militari turchi accusati di aver ordinato un colpo di stato nel 2003 contro l’allora appena eletto governo islamista. Gli imputati erano stati condannati a pene detentive molto lunghe dopo il primo processo conclusosi nel settembre del 2012, anche se le prove contro di loro erano state chiaramente falsificate. Prima della fine del processo, gran parte degli osservatori ha riconosciuto la falsità del primo grado.

Ma, fino a poco tempo fa, il caso “Sledgehammer” – così chiamato dopo il fittizio tentativo di colpo di stato – è stato ampiamente considerato come il preludio di un democratico assoggettamento di un invadente esercito della Turchia al suo governo eletto. Gli intellettuali liberali e gli osservatori occidentali hanno applaudito all’accusa formale e l’hanno acclamato come uno dei maggiori successi del governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che da allora è al potere. Ora che il caso è stato mostrato per quello che realmente era – un tentativo del criminale governo di indebolire i rivali e consolidare la propria mano sul potere – la domanda è perché così tanti osservatori ben intenzionati si siano terribilmente sbagliati con le loro analisi.

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Mio suocero è stato la presunta mente ideatrice del complotto Sledgehammer, quindi io e mia moglie ci siamo ritrovati a lavorare furtivamente come detective forensi e attivisti politici. Nei miei cinque anni di indagini relative a questa bizzarra saga, ho imparato ad apprezzare la forza dei racconti. Ciò che si è rivelata più efficace per il governo non è stata la forza bruta, ma le storie di attività illecite per mano delle élite secolari e militari della Turchia, che erano in contrasto con il presunto impegno di Erdogan di creare uno stato democratico (se pur con venature islamiche) attraverso un nuovo sistema giudiziario. Grottesche esagerazioni basate sulle mezze verità, sono queste le storie che hanno dato a Erdogan e ai suoi alleati lo spazio di manovra entro cui rendere il regime politico più, e non meno, autoritario.

Particolarmente importante è stato un alleato: il movimento Gülen, composto da seguaci dell’iman turco con base in Pennsylvania, Fethullah Gülen, che ha fatto gran leva politica. Il movimento Gülen ha supervisionato il processo Sledgehammer e simili attraverso i suoi seguaci nella polizia e nella magistratura, e ha utilizzato in modo estensivo i media per creare e disseminare la storia – costruita partendo da infinite storie di complotti militari e altri illeciti – su cui poggiavano tali casi. I suoi rappresentanti negli Stati Uniti e in Europa tentavano di influenzare incessantemente i politici occidentali e gli opinion leader affinché rispondessero per le credenziali democratiche di Erdoğan.

Allo stesso tempo, il movimento Gülen ha investito pesantemente e oculatamente per coltivare l’intelligentia turca orientata all’Occidente. Quindi, malgrado l’imbarazzante storia di Gülen di sermoni anti-semiti e anti-occidentali, i suoi seguaci sono riusciti a insediarsi negli anni 2000 come movimento della società civile che ha condiviso valori e aspirazioni dei liberali turchi.

I gulenisti hanno fornito risorse e reti ai liberali della Turchia, che hanno poi concesso al movimento la legittimità e credibilità in Occidente. Quando i politici americani ed europei, i reporter e gli specialisti dei diritti umani hanno cercato di capire la Turchia, si sono rivolti ai beneficiari liberali dei gulenisti, che li ha nutriti con i racconti creati ad hoc.

Ciò che ha reso questi intellettuali alleati di Erdogan e dei gulenisti è stata la loro visione secondo cui il controllo delle istituzioni di stato da parte dell’esercito – “tutela militare” – ha posto il maggiore ostacolo alla democrazia in Turchia. Per i liberali della Turchia, l’indebolimento dell’influenza politica dell’esercito è diventato fine a se stesso. Ha consentito loro di ignorare (o sminuire) la crescente lista di violazioni dei diritti e di manipolazioni giudiziarie. E ha consentito ai gulenisti di esercitarle – ad esempio, garantendo che le dannose fughe di notizie dell’esercito (le più egregie erano costruite) venissero pubblicate innanzitutto negli organi di stampa liberali.

Il governo Erdoğan ha adottato la normativa che ha dato credibilità alle false storie. La Commissione europea ha guardato con approvazione alla successione delle iniziative – un nuovo codice penale che adotta i “moderni standard europei”, i programmi formativi sulla Convenzione europea dei diritti umani, missioni di esperti dell’Unione europea, ed emendamenti costituzionali apparentemente a garanzia di una maggiore indipendenza giudiziaria.

Sfortunatamente, come in un’economia dello sviluppo, replicare le normative dei Paesi avanzati e le istituzioni raramente produce i risultati desiderati. La forma non garantisce la funzionalità. Ma può aiutare a offuscare la realtà.

Così è stato con le riforme “pro-Europa” del governo Erdogan, che sono servite perlopiù per fornire la copertura politica per rafforzare il controllo dei gulenisti sul sistema giudiziario. Ingannata dalle apparenze, la Commissione europea ha continuato ad asserire, anno dopo anno, che i processi-farsa dell’esercito fossero un’opportunità per rafforzare lo stato di diritto.

Fino a poco tempo fa, l’esercito veniva ampiamente considerato come l’istituzione più potente e coesa della società turca. I generali non sono mai stati timorosi a intervenire in politica quando lo ritenevano necessario.

Ma una storia accurata può essere più potente della spada. Il caso Sledgehammer e altre accuse, per quanto false, hanno immobilizzato l’esercito. Sotto intenso attacco da parte dei media pro-governo, lo staff generale non riuscì a montare nulla sul conto degli ufficiali accusati, rifiutandosi persino di rilasciare un report interno, cosa che non ha lasciato dubbi circa il fatto che gli imputati fossero stati incastrati. I grandi capi non volevano passare come quelli che “aiutavano  i golpisti”. Una volta creata la storia, anche i suoi obiettivi vi soccombono.

Gli osservatori occidentali e i liberali nazionali non hanno rinunciato a Erdogan fino a quando le sue tattiche del suo governo hanno forzato la mano durante le proteste di Gezi Park a Istanbul nell’estate del 2013. Poi si è maldestramente staccato dal movimento Gülen dopo che i suoi seguaci della magistratura lanciarono una prova di accusa di corruzione contro di lui e contro il suo circolo interno.

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Senza i suoi alleati gulenisti, il messaggio di Erdoğan ha iniziato a orientarsi a un pubblico domestico e a presentare pesanti dosi di simbolismo populistico-religioso-nazionalista. Nel frattempo, i gulenisti, sempre in cerca di un aiuto narrativo superiore, si presentano al pubblico occidentale come vittime di Erdogan più che come suoi collaboratori.

Le false storie alla fine diventano insostenibili (con Internet e i social media che accelerano la loro scomparsa). Ma, come in Turchia, una storia che collassa può lasciare molti detriti. E, invece che aiutare a rimuovere le macerie, Erdogan e i gulenisti appaiono determinati a utilizzarle per costruire i nuovi castelli di bugie, ingigantendo la sfida della futura riconciliazione politica.