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Il ritorno della repressione

BERLINO – I governi di tutto il mondo stanno intraprendendo passi draconiani per sopprimere le organizzazioni della società civile, con misure che vanno da leggi restrittive e lungaggini burocratiche a campagne diffamatorie, censura e vera e propria repressione da parte delle agenzie di intelligence o della polizia. Con qualunque mezzo a disposizione, i governi tentano di interferire sul lavoro degli attivisti politici, sociali e ambientali a un livello mai visto prima del crollo del comunismo in Europa un quarto di secolo fa.

Ovviamente, i governi citano ogni sorta di ragione, motivo di sicurezza come quelli correlati al terrorismo che ora sono in cima alla lista, per giustificare la repressione delle Ong e di altri gruppi della società civile. Ma la realtà è che i rischi per la sicurezza – che potrebbero anche essere veri – non sono una scusante per il tipo di sospetto generico usato dai governi come pretesto per mettere a tacere o bandire le organizzazioni indipendenti.

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Questo preoccupante trend non sembra essere un fenomeno passeggero, ma un segnale di profondi cambiamenti nella geopolitica internazionale, tra cui la crescente enfasi sulla “sovranità” tra le economie emergenti, dall’Egitto alla Tailandia.

Con l’intento di proteggere la sovranità della nazione, i governi dei Paesi emergenti e in via di sviluppo ora guardano i trasferimenti di denaro dai paesi ricchi per i processi di democratizzazione con maggiore sospetto rispetto agli anni Novanta. Considerando tali aiuti alle Ong locali come indebite interferenze nei loro affari, un crescente numero di governi nel Sud del mondo intendono mantenere o ripristinare il pieno controllo sui flussi di denaro provenienti dall’estero – soprattutto se sono destinati alle organizzazioni della società civile, che proprio per i loro collegamenti internazionali potrebbero costituire una minaccia per gli interessi nazionali.

Di conseguenza, i flussi di denaro e le reti tra Ong nazionali e internazionali, fondazioni e altri donatori esterni sono tenuti sotto controllo dallo sguardo sempre più attento dei governi. Le leggi che restringono o proibiscono la fornitura di finanziamenti alle Ong da parte di fonti esterne sono tra i maggiori strumenti utilizzati per monitorare o bloccare il lavoro di questi gruppi. Tali leggi sono in vigore o in fase di esame in 50 paesi di tutto il mondo.

In Russia, ad esempio, 12 Ong straniere sono state inserite lo scorso luglio in una black-list e potrebbero chiudere i battenti nel Paese. Dal momento che la cooperazione con le organizzazioni straniere è diventata potenzialmente perseguibile dalla legge, le organizzazioni russe della società civile hanno perso l’accesso alla loro linfa vitale finanziaria. In Israele, dopo un acceso dibattito, la Knesset ha approvato una legge all’inizio di febbraio secondo cui le Ong che ricevono più della metà del proprio budget dalle istituzioni pubbliche straniere devono divulgare le fonti dei propri finanziamenti.

Anche i governi stanno facendo un giro di vite sui movimenti sociali popolari. Negli ultimi anni dilagano le proteste a livello locale – rispetto a diverse problematiche, dalle cattive condizioni di lavoro al disboscamento illegale, dal land grabbing ai progetti sulle infrastrutture dannosi a livello ambientale o sociale. Con la tecnologia digitale che fornisce agli attivisti locali l’accesso alle reti politiche e a un ampio pubblico internazionale, i governi sono soggetti a crescenti pressioni per accogliere le richieste degli attivisti.

Ma invece di piegarsi alle pressioni popolari, le élite politiche ed economiche hanno, in molti casi, preferito reprimere le proteste stesse. Inoltre, hanno implementato leggi mediatiche repressive che si aggiungono al controllo di stato di Internet, che secondo le rivendicazioni sarebbe necessario per preservare la stabilità, combattere il terrorismo o difendere la sovranità nazionale dall’ingerenza occidentale.

La denuncia delle proteste popolari non è una specialità solo dei regimi autocratici. Anche i governi democratici – come quelli di Australia, Canada e India – sono ricorsi a rivendicazioni secondo cui le proteste sarebbero controllate esternamente per screditare la resistenza locale ad esempio agli oleodotti o alle miniere di carbone che dovrebbero generare profitti e crescita. In tutti questi casi l’obiettivo è lo stesso: preservare il potere politico e/o garantire gli interessi economici di chi sta ai vertici.

Non vi è nulla di nuovo sui governanti che perseguono gli attivisti dei diritti umani, color che lottano per l’uguaglianza di genere, lo stato di diritto, i diritti delle persone LGBTI, e le politiche economiche a orientamento ecologico e sociale. Gli attori della società civile possono e devono far sentire scomodi i rispettivi governi. Sono i guardiani della politica ufficiale, attirano l’attenzione verso politiche malsane, avviano e concentrano i dibattiti pubblici e offrono alternative politiche e sociali. Le Ong continuano a essere invitate nei processi politici multilaterali, ad esempio per contribuire a implementare gli Obiettivi dell’Onu per lo sviluppo sostenibile o garantire i risultati dell’accordo di Parigi sul clima.

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Il tema delle limitazioni e della chiusura degli spazi della società civile deve essere inserito nell’agenda dei parlamenti nazionali, delle organizzazioni multilaterali e dei processi di negoziazione internazionale. La libertà di opinione, associazione e riunione è l’essenza della democrazia. Le azioni tese a limitare tali libertà devono quindi essere considerate come una sfida nei confronti di tutti i governi democratici e della cooperazione globale – e devono essere bloccate.

Traduzione di Simona Polverino