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Il Deficit di Trump

CAMBRIDGE – Si tratta di un mito del post crisi finanziaria il fatto che i governi conservatori propensi all’austerità siano sempre a favore della prudenza fiscale, mentre i progressisti orientati alla redistribuzione considerino un ampio deficit come il miglior “pasto gratuito” al mondo. Questo punto di vista semplicistico, seppure contiene un granello di verità, non coglie assolutamente la reale natura dell’economia politica del deficit.

Il fatto è che ogni volta che un partito detiene un saldo controllo sul governo, ha un potente incentivo a contrarre prestiti per finanziare le proprie priorità, con la consapevolezza che non dovrà necessariamente pagarne il conto. Quindi aspettatevi che l’amministrazione del Presidente Usa recentemente eletto, Donald Trump, conservatore o meno, faccia un uso aggressivo del deficit di bilancio per finanziare le sue priorità per tasse e spesa.

Il più accurato quadro analitico utile a considerare i deficit di bilancio nelle democrazie è stato proposto alla fine degli anni ottanta dagli studiosi italiani Alberto Alesina e Guido Tabellini, più o meno contemporaneamente a due svedesi, Torsten Persson e Lars Svensson. Mentre i loro approcci differiscono leggermente nel dettaglio, l’idea di base è la stessa: si danno i soldi agli amici fin quando è possibile. Se in seguito, quando tocca ai rappresentanti del partito d’opposizione salire al potere, ci sono meno soldi da distribuire, beh, tanto peggio per loro.

Basta ricordare la recente storia economica degli Stati Uniti per confermare l’intuizione del modello italiano/svedese – e per vedere l’assurdità delle affermazioni secondo cui i Repubblicani mirano sempre a riequilibrare il bilancio, mentre i Democratici cercano sempre di spendere oltre i mezzi disponibili del paese. Già negli anni ottanta, l’eroe dei Conservatori Ronald Reagan era disposto a tollerare deficit enormi per finanziare i propri piani ambiziosi di riduzione fiscale, e per di più in un’epoca in cui l’indebitamento non era economico.