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Nuove norme fiscali per la decarbonizzazione

BERLINO – La politica sul clima è a un punto critico. I principali scienziati a livello mondiale stanno osservando che la finestra per impedire i danni peggiori del riscaldamento globale si sta chiudendo rapidamente. Con l’attuazione dell’Inflation Reduction Act (IRA) l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno finalmente introdotto una misura importante a livello nazionale per la riduzione delle emissioni. Ora l’Europa si sta affannando per rispondere.

Ma l’approccio limitatamente tecnico che sta prevalendo nell’Unione europea, e in particolare in Germania, il suo più grande stato membro, sta portando l’Europa verso un aumento fiscale e forti tensioni sociali. Per definire un percorso più sicuro e sostenibile, la politica sul clima dovrebbe infatti essere legata alla politica economica in termini più ampi e soprattutto alla politica fiscale. In altre parole, un’azione importante a sostegno del clima richiede una strategia su tutta l’economia.

Ad oggi, i governi europei si sono uniti per dare una risposta a livello ingegneristico contro il cambiamento climatico. Il pacchetto climatico della Commissione europea “Fit for 55”, ad esempio, scompone il problema in diverse piccole parti più semplici da gestire creando dei target per settori individuali e determinando quanta riduzione di carbonio è possibile ottenere con ciascuna soluzione. L’approccio che sta emergendo in risposta all’IRA sta potenziando questo paradigma tramite procedure di pianificazione più rapide e un maggior margine per i sussidi industriali, ma non lo sta modificando.

Nello specifico, sebbene questo paradigma prenda in considerazione anche le preoccupazioni sociali, persino in quest’ambito l’approccio che sta prevalendo è tecnico e funziona in questo modo: per rendere più attrattivi i prezzi del carbonio, si introduce un dividendo sul carbonio, per far fronte alla povertà energetica, si stabilisce un sussidio in base al reddito, per attenuare i timori legati alla disoccupazione nell’industria dei carburanti fossili, si lancia un programma di formazione sulle competenze verdi. E l’elenco va avanti.

Se da un lato queste politiche contibuiscono a chiudere un importante divario, dall’altro richiamano la cosiddetta terza via lanciata negli anni ’90 e all’inizio del 2000. A quel tempo, gli elettori venivano rassicurati rispetto all’eventuale perdita di lavoro a causa dell’automatizzazione e della globalizzazione grazie a nuove e migliori opportunità all’orizzonte. I lavoratori potevano inoltre accedere a programmi di riqualificazione e a sussidi della previdenza sociale fino all’acquisizione delle competenze richieste.

Sappiamo come è finita quella storia. Si è capito che i lavori ben pagati possono scomparire ed essere sostituiti da lavori poco sicuri e sottopagati, mentre intere regioni possono essere colpite da un declino persistente, come è accaduto in molte economie avanzate. Dopo aver vissuto questo periodo, molti lavoratori hanno votato di conseguenza.

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La politica sul clima non deve cadere nella stessa trappola. L’ondata crescente di decarbanizzazione, come nel caso della globalizzazione e dell’automatizzazione in tempi precedenti, non riuscirà a risollevare tutti e di certo non c’è alcun scambio tra prosperità e protezione del clima nel lungo termine, se non la prospettiva di un futuro di prosperità in un pianeta sano. Tuttavia, durante il periodo di transizione, il passaggio dai carburanti fossili aumenterà i costi e l’instabilità economica a causa di prezzi energetici maggiori, di strozzature temporanee, del cambio dei modelli commerciali o di un’instabilità finanziaria.

Solo un cambio fondamentale di mentalità può scongiurare la terza via versione 2.0. Il processo di decarbonizzazione dovrebbe infatti essere accompagnato da posti di lavoro adeguati, stipendi elevati e da una sicurezza economica in grado di non lasciare indietro nessuna regione. Un problema che riguarda tutta l’economia richiede un collegamento tra la politica climatica e le politiche economiche e fiscali. Focalizzarsi esclusivamente sulla riduzione delle emissioni è come focalizzarsi su pochi alberi perdendo di vista la foresta.

Se da un lato un dividendo climatico potrebbe rappresentare un vantaggio per le famiglie a basso reddito, dall’altro investire nell’istruzione può portare a lavori migliori e stipendi più alti per tutti. Allo stesso modo, migliorando gli stipendi e le condizioni lavorative nel settore pubblico, che rispetto ad altri paesi dell’UE sono piuttosto bassi in  Germania, si arriverebbe a un rafforzamento degli standard del mercato del lavoro. Inoltre, una politica regionale basata sui programmi UE come il Fondo climatico sociale o il precedente Fondo per la coesione potrebbe essere utile per garantire una distribuzione equa della prosperità all’interno e tra i paesi.

Un approccio che tenga conto di tutti gli ambiti economici potrebbe essere visto come troppo complesso, ma non ci sono scorciatoie. Fermare il cambiamento climatico implica dei cambiamenti drastici nel comportamento umano e nelle nostre economie. Se questi imperativi finiscono per scontrarsi con una precarietà diffusa, è facile che sia le persone che i governi ne vengano sopraffatti. Ciò è risultato evidente con la crisi legata al costo della vita l’anno scorso. Persino in Germania, il 40% della popolazione non aveva sufficienti risparmi su cui poter contare e quando i prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari sono aumentati e l’inflazione ha superato di 3-4 volte il suo livello normale, il governo tedesco, come altri in Europa, non ha avuto altra scelta se non quella di fornire un sostegno fiscale consistente.

Bisognerebbe essere un falco fiscale per riconoscere che un approccio che prevede l’introduzione di pacchetti di sussidi di così ampia entità ogni qualvolta la transizione climatica attraversa una fase travagliata non è sostenibile. Un’azione preventiva sarebbe infatti più efficace dei salvataggi. Inoltre, ridurre le paure e l’ansia aiuterebbero a creare una maggioranza a favore di una più rapida transizione climatica.

Il raggiungimento della piena occupazione garantendo buoni stipendi anche per la parte più povera della popolazione e, di conseguenza, di una sicurezza economica, richiede un nuovo approccio alle norme fiscali. La capacità di spesa nel breve termine non rappresenta la questione principale in quanto le norme fiscali dell’UE hanno dimostrato di essere flessibili nel caso delle recenti emergenze. E’piuttosto necessaria un’azione preventiva a livello europeo che riesca a superare l’ossessione, poco utile, dei governi nazionali per il rapporto debito-PIL. Per contro, i politici dovrebbero focalizzarsi su indicatori macroeconomici più rilevanti, come il saldo strutturale primario (che non tiene conto del servizio del debito), e altri importanti indicatori di prosperità di lungo termine, come la prontezza del patrimonio del blocco al passaggio a un’economia a zero carbonio.

In Germania, dove il Schuldenbremse (il freno al debito) è costituzionale, un’azione preventiva potrebbe essere rappresentata dall’allontanamento dalla procedura arretrata di calcolo della produzione potenziale e dalla garanzia, per contro, di strumenti di finanziamento a favore di investimenti a livello municipale.

L’obiettivo, in altre parole, deve essere quello di riformare le norme e le strutture fiscali partendo dal livello europeo fino al livello municipale garantendo in tal modo dei budget strutturali adeguati per il prossimo decennio.

Infine, salvo un ritorno alla stagnazione secolare pre-Covid, l’obiettivo non può essere semplicemente quello di mettere più soldi nel sistema. Per contro, oltre a migliorare i processi di pianificazione volti ad accelerare le modifiche sul fronte dell’offerta, il sistema fiscale deve essere rinnovato al fine di eliminare gradualmente i carburanti fossili e gestire un eventuale eccesso di domanda che potrebbe emergere da un approccio più ampio sul fronte economico.

Combattere il cambiamento climatico implica molto di più di un processo accelerato di decarbonizzazione e dello sviluppo di tecnologie verdi. Richiede infatti un collegamento tra la politica climatica e un kit di strumenti utili per una politica più ampia che rafforzi la sicurezza economica. Dopo la pandemia e più di un decennio di crescita anemica, troppe persone sono rimaste vulnerabili da un punto di vista economico. In qualsiasi luogo, le persone hanno bisogno di un lavoro adeguato, di stipendi più elevati e della capacità di ammortizzare gli shock con i propri risparmi, almeno come prima linea di difesa. Gli attivisti del clima che marciano a fianco dei sindacalisti lo capiscono, così come il Presidente degli Stati Uniti come conferma il suo slogan riportato dai principali giornali: “Quando penso al clima, penso al lavoro”. E’ora che l’UE prenda esempio.

Traduzione di Marzia Pecorari

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