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Troppo Tardi per Compensare i Perdenti del Libero Scambio

CAMBRIDGE – Sembra che un nuovo consenso si sia affermato in questi giorni tra le élite economiche e politiche del mondo su come affrontare la reazione anti-globalizzazione che populisti come Donald Trump hanno così abilmente sfruttato. Sono finite le sicure asserzioni che la globalizzazione vada a beneficio tutti: le élite ora ammettono che si deve accettare il fatto che la globalizzazione produce sia vincitori che vinti. Ma la risposta corretta non è quella di fermarla o invertirla; ma garantire che i perdenti vengano compensati.

Il nuovo consenso è espresso in poche parole da Nouriel Roubini: egli sostiene che la reazione contro la globalizzazione “può essere contenuta e gestita attraverso politiche che compensano i lavoratori per i suoi danni e costi collaterali”. “Solo attuando tali politiche i perdenti della globalizzazione inizieranno a pensare di potere entrare prima o poi nelle fila dei suoi vincitori”.

Questa argomentazione appare indubbiamente ragionevole, sia sul piano economico che su quello politico. Gli economisti sanno da tempo che la liberalizzazione degli scambi provoca redistribuzione di reddito e perdite assolute per alcuni gruppi, anche se amplia la torta economica complessiva di un paese. Pertanto, gli accordi commerciali migliorano il benessere nazionale in modo inequivocabile solo nella misura in cui i vincitori compensano i perdenti. La compensazione garantisce anche il sostegno all’apertura commerciale da parte di elettorati più ampi e quindi dovrebbe essere “buona politica”.

Prima dello stato sociale, la tensione tra apertura e redistribuzione veniva risolta mediante l’emigrazione su larga scala dei lavoratori o mediante l’imposizione di nuove protezioni commerciali, in particolare nel settore agricolo. Con la nascita dello stato sociale, i limiti sono diventati meno vincolanti, consentendo una maggiore liberalizzazione degli scambi. Oggi i paesi avanzati, che sono i più esposti all’economia internazionale, sono anche quelli in cui le reti di sicurezza ed i programmi di previdenza sociale – il welfare – sono i più estesi. In Europa la ricerca ha dimostrato che i perdenti della globalizzazione, nell’ambito dei singoli paesi, tendono a favorire programmi sociali più attivi ed interventi a favore del mercato del lavoro.