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Sviluppo eco-economico

WASHINGTON, DC – La biodiversità del pianeta e i servizi offerti da ecosistemi sani sono attualmente messi a dura prova dal cambiamento climatico e dalla sfida di dare un sostentamento a otto miliardi di persone in modo sostenibile. Servizi ecosistemici fondamentali – come il legname delle foreste, gli impollinatori e la pesca oceanica – che andrebbero preservati e custoditi, sono invece oggetto di un rapido degrado. L’edizione 2022 della Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (COP15), che si svolge a Montreal questo mese, offre l’opportunità di sviluppare la visione condivisa di vivere in armonia con la natura.        

Quello della biodiversità è un obiettivo importante nei programmi del Gruppo della Banca mondiale, ma per contrastarne la perdita, è fondamentale che le decisioni economiche tengano in debita considerazione la natura. Ecco perché ci stiamo impegnando per aiutare i paesi a integrare la natura nei loro rispettivi modelli di crescita economica, piani di sviluppo e programmi sul clima. Ciò implica elaborare politiche che considerino il valore economico reale della natura, creare istituzioni che la sostengano, sviluppare partnership tra pubblico e privato per promuovere tale obiettivo e mobilitare finanziamenti di qualsivoglia origine per trasformare economie e politiche, andando ben oltre semplici interventi isolati.   

La pesca è un buon esempio del perché la natura sia importante per la crescita e lo sviluppo. A livello globale, le riserve ittiche sono in calo a causa della triplice minaccia rappresentata dal cambiamento climatico, dalla pesca intensiva e dall’inquinamento. Se la situazione resterà invariata, il mondo potrebbe perdere fino al 25% delle catture di pesce entro la fine del secolo, un’evenienza che dovrebbe preoccupare tutti, per diverse ragioni.   

In primo luogo, stiamo già affrontando una delle più gravi crisi della sicurezza alimentare nella storia moderna. Poiché il pesce rappresenta un elemento fondamentale nella dieta di 3,3 miliardi di persone, una riduzione dell’offerta è destinata ad aggravare le crisi alimentari odierne e future. Il pesce è ricco di nutrienti particolarmente importanti per lo sviluppo del bambino, e rappresenta una fonte preziosa di proteine per i più poveri, essendo più facile da reperire e meno costoso da conservare rispetto ad altri alimenti. Pertanto, il pesce contribuisce per il 50% o più al fabbisogno totale di proteine animali in paesi come Ghana, Mozambico e Sierra Leone. Fra l’altro, una carenza di pesce avrebbe ripercussioni sull’intera catena alimentare perché i prodotti ittici sono componenti essenziali di altri alimenti, come quelli zootecnici.           

Secondo, dal momento che il pesce scarseggia o migra verso acque più fredde e profonde per via del cambiamento climatico, molti pescatori si vedranno costretti a spostarsi più lontano per pescare, a cambiare il proprio metodo di pesca o a trovare un altro lavoro. Molti di essi non riusciranno ad adattarsi alle nuove condizioni. Tra i 38 milioni di persone in tutto il mondo impiegate direttamente nel settore ittico, le più vulnerabili saranno quelle colpite più duramente, tra cui le comunità di piccoli pescatori spesso ubicate in aree remote già fortemente interessate dal cambiamento climatico. Anche le donne, che rappresentano fino al 50% dei lavoratori della più ampia filiera dei prodotti acquatici, ne risentiranno in modo significativo. Per quelle tra loro con una scarsa istruzione, sarà difficile trovare mezzi di sussistenza alternativi.     

Terzo, gli effetti di queste minacce sono destinati a intensificarsi nel tempo. Le riserve ittiche non rispettano i confini internazionali. Senza leggi e incentivi adeguati, i pescherecci continueranno a massimizzare le loro catture nel breve periodo, essendo le principali economie dedite a praticare una pesca intensiva ben oltre le loro acque territoriali. Se tutti i paesi si comporteranno allo stesso modo, un brutto problema diventerà assai più grave. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), cinquant’anni fa circa il 10% delle riserve ittiche mondiali veniva pescato a livelli biologicamente non sostenibili. Oggi quella percentuale è salita al 35%. Anche se saranno molti i paesi che ne risentiranno, le comunità più povere sono quelle che rischiano di perdere di più.     

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Dinanzi a queste sfide, gli interventi di conservazione tesi solamente a fermare la perdita di natura non sono più sufficienti. Piuttosto, dobbiamo invertire il trend negativo, cioè cambiare il nostro modo di produrre e di consumare. 

La nostra strategia è quella di investire in soluzioni basate sulla natura che la proteggano al tempo stesso sostenendo lo sviluppo economico, creando fonti di reddito e aiutando i paesi a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e ad adattarsi a essi. Pensiamo alle mangrovie, che sono ricche di biodiversità, fungono da aree vivaio per la fauna ittica, proteggono oltre sei milioni di persone dalle inondazioni annuali e assorbono le emissioni di carbonio. Si stima che la loro ricchezza economica sia pari a 550 miliardi di dollari. Un altro esempio è l’allevamento di alghe, che può creare occupazione, ridurre l’insicurezza alimentare e assorbire carbonio.

Il Gruppo della Banca mondiale è impegnato su vari fronti per aiutare i paesi a riconoscere sia il valore della natura sia i rischi che deriverebbero dal perderla. Operando spesso attraverso i ministeri delle finanze, offriamo sovvenzioni, sapere, consulenze strategiche e capacità tecniche per mobilitare i partner verso soluzioni in armonia con l’ambiente. Con il nostro sostegno, alcuni paesi stanno delineando nuovi e promettenti interventi che potranno essere replicati altrove e sviluppati ulteriormente. 

Ad esempio, coinvolgendo soggetti diversi nella pianificazione marittima, il Vietnam sta riducendo i conflitti sull’utilizzo delle risorse in diversi settori. In Cina, stiamo collaborando con le città di Chongqing e Ningbo per ridurre la quantità di plastica che raggiunge l’oceano attraverso i fiumi, basandoci su progetti già esistenti che hanno contribuito a sviluppare la capacità di trattamento delle acque del paese. Grazie all’impiego di tecnologie come quella satellitare e dei droni, stiamo aiutando la Tanzania e altri paesi a raccogliere dati in tempo reale sul degrado degli habitat marini e costieri, in modo da poter realizzare interventi di prevenzione. E attraverso strumenti finanziari innovativi come i crediti di carbonio, il Ghana punta a ripristinare tremila ettari di mangrovie e ad assicurarsi più finanziamenti privati.         

Stiamo lavorando per estendere iniziative di questo tipo. Tra gli obiettivi a breve termine abbiamo quello di incrementare i fondi per finanziare progetti nei paesi più poveri, potenziare il ruolo del settore privato e coordinare gli interventi dalle comunità locali fino ai governi nazionali. Ma se vogliamo fermare la perdita di biodiversità, sia noi che la comunità globale dovremo impegnarci molto di più.

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