1

I rifugiati e la povertà rurale

ROMA – Gli esperti e i policymaker in materia di sviluppo si soffermano comprensibilmente sulla migrazione verso le aree urbane e sulla necessità di un’urbanizzazione sostenibile. Ma non devono perdere di vista i drastici cambiamenti che stanno avvenendo nelle aree rurali, che troppo spesso vengono ignorate.

Mentre la crescente domanda di cibo – spinta dall’incremento demografico e dai redditi più elevati – sta creando delle opportunità per gli abitanti delle zone rurali, la fame e la povertà restano concentrate nelle parti rurali dei paesi in via di sviluppo. Fino a quando lo sviluppo rurale non riceverà le giuste attenzioni, i giovani continueranno ad abbandonare l’agricoltura e le aree rurali in cerca di una vita migliore in città o all’estero.

Erdogan

Whither Turkey?

Sinan Ülgen engages the views of Carl Bildt, Dani Rodrik, Marietje Schaake, and others on the future of one of the world’s most strategically important countries in the aftermath of July’s failed coup.

L’anno scorso durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i leader mondiali hanno adottato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), che includono un impegno a “non lasciare indietro nessuno”. E con il numero di sfollati e rifugiati che quest’anno tocca i massimi storici, l’Onu organizzerà un vertice il 19 settembre per discuterne.

Ma nessun tentativo di affrontare le questioni relative alla massiccia ondata globale di migranti e rifugiati avrà successo fino a quando non si affronterà nello specifico il flagello dei poveri che vivono nelle aree rurali del mondo.

Secondo la Banca mondiale, nel 1990 circa il 37% delle persone nelle regioni in via di sviluppo viveva con meno di 1,90 dollari al giorno. Nel 2012 era il 12,7%, pari a oltre un miliardo di persone sottratte all’estrema povertà. Eppure, la disuguaglianza tra aree urbane e rurali è aumentata. Oggi tre quarti delle persone più povere e più affamate del mondo vive nelle aree rurali.

Le piccole aziende agricole supportano 2,5 miliardi di persone in tutto il mondo, che rappresentano circa l’80% dei generi alimentari prodotti in Asia e nell’Africa Sub-Sahariana. Ma la maggior parte dei piccoli agricoltori opera ancora senza poter contare su molte delle condizioni di base necessarie per far crescere la propria attività e investire nelle comunità, come finanziamenti, infrastrutture, accesso al mercato, proprietà garantita della terra e diritti alle risorse.

Ciò significa che le iniziative volte alla trasformazione delle aree rurali devono concentrarsi su questi fattori istituzionali (oltre a migliorare l’uguaglianza di genere e a salvaguardare lo stato di diritto), introducendo al contempo le nuove tecnologie nelle comunità locali. E, cosa più importante, le persone rurali stesse devono essere coinvolte, non solo come parti interessate o beneficiarie degli aiuti, ma come partner.

Due nuovi studi forniscono prospettive importanti sulla sfida tesa a ridurre la povertà, la fame e la disuguaglianza in tutto il mondo. Il Rural Development Report del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD), che sarà lanciato il 14 settembre, raccoglie una nuova ricerca, rivolta a policymaker e altri stakeholder, per sradicare la povertà. Grandi menti hanno analizzato le iniziative volte allo sviluppo rurale in oltre 60 paesi in via di sviluppo, tirando le conclusioni su ciò che funziona e ciò che non funziona.

Dallo studio emerge che lo sviluppo focalizzato specificatamente sulle comunità rurali ha un maggiore impatto positivo su redditi, sicurezza, e cibo e nutrizione. E questi miglioramenti che incidono sulla qualità della vita si traducono poi in una migliore istruzione, assistenza sanitaria e in altri servizi cruciali. Allo stesso tempo, tali progressi non sono stati distribuiti uniformemente, e l’Africa Sub-Sahariana ha registrato minori progressi rispetto ad altre aree.

Il secondo studio, finanziato da IFAD e recentemente pubblicato dall’International Food Policy Research Institute, esamina la contrazione economica mondiale a partire dal 2012 nell’ambito delle popolazioni rurali. Emerge che a seguito della flessione 38 milioni di persone resteranno nell’estrema povertà nel 2030 rispetto a quanto sarebbe accaduto in altri condizioni, laddove le famiglie agricole nei paesi a medio reddito risultano particolarmente a rischio.

Ciò complica la sfida degli SDG di porre fine alla povertà “in tutte le sue forme ovunque”, e rafforza le argomentazioni a favore di politiche e investimenti specificatamente designati per le aree rurali, che è esattamente dove servono di più le misure contro la povertà e dove avranno un impatto maggiore.

Support Project Syndicate’s mission

Project Syndicate needs your help to provide readers everywhere equal access to the ideas and debates shaping their lives.

Learn more

I progressi compiuti sinora dalle aree rurali rivelano il potenziale futuro. In molti casi, le loro economie si sono diversificate e sono diventate più dinamiche, e le nuove strade e vie di comunicazione hanno ridotto la distanza fisica e culturale tra residenti rurali e urbani. Nei paesini e nei villaggi, le nuove tipologie di società si stanno evolvendo, laddove l’agricoltura, tuttora importante, non rappresenta più l’unico fattore in grado di definire la vita economica e culturale.

È tempo di guardare allo sviluppo in un’ottica olistica, riconoscendo che lo sviluppo rurale e quello urbano non sono mutualmente esclusivi – ciascuno necessita dell’altro. Se abbandoniamo le aree rurali, la persistente povertà e la fame continueranno a spingere i flussi migratori non solo verso le aree urbane, ma anche verso paesi limitrofi e confinanti e destinazioni più lontane all’estero. Lasciare indietro le aree rurali non darà una spinta positiva ai paesi in via di sviluppo; anzi, per molti, rischia di innescare un’inversione di marcia del progresso.