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I nuovi nemici dello spazio pubblico

NEW YORK – Prima degli attacchi terroristici di Parigi, organizzare una manifestazione in una piazza pubblica della città era legale. Ora non lo è più. In Uganda, anche se i cittadini che sostengono le campagne contro la corruzione o quelle a favore dei diritti dei gay spesso si trovano di fronte ad un pubblico ostile, non hanno finora rischiato il carcere per aver manifestato. Ma ora, con un nuovo statuto terribilmente vago, c’è il rischio di essere incarcerati. In Egitto le autorità governative hanno fatto irruzione e hanno chiuso diversi istituti culturali prominenti, tra cui una galleria d’arte, un teatro ed una casa editrice, dove gli artisti e gli attivisti erano soliti riunirsi.

Sembra che in tutto il mondo si stiano chiudendo dei muri sugli spazi che le persone utilizzano per ritrovarsi, riunirsi, esprimersi liberamente e mostrare apertamente dissenso. Anche se internet ed altre tecnologie della comunicazione hanno estremamente facilitato l’esprimersi apertamente a livello tecnico, uno stato onnipresente e la supervisione a livello commerciale hanno fatto in modo che l’espressione, l’associazione e la protesta venissero sempre più limitate. In breve, esprimere la propria opinione non ha mai richiesto tanto coraggio quanto adesso.

Erdogan

Whither Turkey?

Sinan Ülgen engages the views of Carl Bildt, Dani Rodrik, Marietje Schaake, and others on the future of one of the world’s most strategically important countries in the aftermath of July’s failed coup.

Questo cambiamento mi ha riguardato molto da vicino. A novembre, infatti, l’Open Society Foundations (i filantropi globali di George Soros, di cui sono a capo) è stata la seconda organizzazione a finire in una blacklist secondo una legge russa entrata in vigore a maggio che permette al procuratore generale di interdire le organizzazioni estere e sospendere il sostegno finanziario agli attivisti locali. Dato che chiunque abbia a che fare con noi rischia di essere perseguito e messo in carcere, non abbiamo avuto altra scelta che chiudere le relazioni con dozzine di cittadini russi a cui davamo sostegno nei loro sforzi di preservare qualche frammento della democrazia nel loro paese.

Ovviamente non c’è niente di sbagliato nel regolamentare lo spazio pubblico e le organizzazioni che ne fanno uso. All’inizio degli anni ’90, alcuni dei nuovi governi dell’Europa orientale, dell’Africa e dell’America Latina, sottovalutando il potere di una cittadinanza attiva e della società civile, non hanno regolamentato in modo adeguato le organizzazioni dedite all’advocacy e lo spazio in cui agiscono. Ma negli ultimi vent’anni, nel corso dei quali l’attivismo dei cittadini è riuscito a rovesciare i regimi in dozzine di paesi, i governi si sono mossi nella direzione opposta imponendo norme troppo rigide su tali organizzazioni e sul loro spazio di manovra. In questo modo, tuttavia, non fanno altro che criminalizzare gli elementi di base della democrazia.

In alcuni casi, i governi non si preoccupano neppure di creare un precedente legale per le loro azioni. La primavera scorsa in Burundi il Presidente Pierre Nkurunziza ha assunto il terzo mandato nonostante il limite temporale di due anni previsto dalla costituzione. Quando i cittadini sono scesi in piazza per protestare hanno subito una violenta repressione.

Persino i paesi con le tradizioni democratiche più solide hanno dato un giro di vite in questo senso. Dopo gli attacchi di Parigi, la Francia ed il Belgio (dove l’attacco è stato pianificato ed organizzato) hanno sospeso le libertà civili a tempo indefinito trasformandosi dall’oggi al domani in quello che, almeno sulla base delle disposizioni legislative, è uno stato di polizia. In entrambi i paesi le manifestazioni sono state proibite, i luoghi di culto sono stati chiusi e centinaia di persone sono state trattenute e interrogate per aver espresso un’opinione non convenzionale.

Quest’approccio comporta un conto pesantissimo. Centinaia di persone che avrebbero voluto protestare contro le trattative delle Nazioni Unite sul clima il mese scorso hanno dovuto accontentarsi di lasciare le loro scarpe in piazza. E’ stata un’immagine sorprendente che ha dimostrato come la paura è in grado di superare gli impegni necessari per mantenere le società aperte e per garantire la libertà politica anche in Europa, il luogo in cui è nata la democrazia moderna.

Non esiste una formula semplice per regolamentare lo spazio pubblico o per salvaguardare il dissenso politico pacifico in un’era di terrorismo e globalizzazione. Ma due principi di base sono certamente chiari.

Innazitutto, il mondo ha bisogno di una governance internazionale più forte sulla circolazione delle persone e del denaro e di meno restrizioni sulla libertà di espressione, sull’associazionismo ed il dissenso. Recentemente i governi si sono mossi nella direzione sbagliata. Ma il 2016 offre grandi opportunità per correggere questi sbagli in molti ambiti che vanno dal commercio all’immigrazione.

In secondo luogo, le organizzazioni no profit che lavorano per migliorare le politiche pubbliche hanno bisogno degli stessi diritti degli imprenditori che cercano di fornire prodotti e servizi per assicurarsi i finanziamenti internazionali.  Gli investimenti stranieri diretti dovrebbero quindi essere incoraggiati e non ostacolati indipendentemente dal fatto che siano a favore della produzione di beni e della creazione di posti di lavoro o che siano a favore di politiche pubbliche più solide e di una cittadinanza più attiva.

La responsabilità di cambiare il corso delle cose non spetta esclusivamente ai governi. Tutti quelli che, come noi, danno valore allo spazio pubblico devono allearsi per sostenere il quadro politico e le istituzioni che lo tutelano. E’ giunto il tempo di dimostrare solidarietà tra movimenti, cause e paesi.

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Quando abbracciare l’attivismo di un cittadino preoccupato può farti finire in carcere e la paura della sorveglianza incoraggia la passività di massa, adottare una politica focalizzata su una questione alla volta non è una strategia vincente. Il modo migliore per difendere lo spazio pubblico è occuparlo anche se ci si mobilita per una causa diversa da quella della persona accanto. Nel 2016 dobbiamo riempire, e quindi proteggere, questo spazio insieme.

Traduzione di Marzia Pecorari