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Riesaminare la guerra in Iraq

NEW YORK – Sette anni, 12 volumi di prove, verdetti e conclusioni e una sintesi conclusiva successiva, il Rapporto sull’inchiesta in Iraq, più comunemente conosciuto come il Rapporto Chilcot (dal nome del Presidente della commissione di inchiesta, Sir John Chilcot), può ora essere letto da tutti. Poche persone lo leggeranno per intero; la sintesi da sola (ben oltre le 100 pagine) è così lunga che necessita essa stessa di una sintesi.

Ma sarebbe una vergogna se il Rapporto non venisse letto tutto e, cosa più importante, studiato, dal momento che contiene alcuni approfondimenti utili in merito all’operato dei diplomatici, la politica adottata e il modo in cui sono state prese le decisioni. Il Rapporto ci ricorda inoltre la centralità della decisione di invadere l’Iraq ed è utile per capire il Medio Oriente di oggi.

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Un aspetto centrale del Rapporto è che la guerra in Iraq non doveva accadere e di sicuro non quando è accaduta. La decisione di andare in guerra è stata in parte basata su una scelta di intelligence sbagliata. L’Iraq costituiva al massimo una minaccia in fase di costituzione, non una minaccia imminente. Le alternative all’uso della forza militare  – soprattutto attraverso il rafforzamento della Turchia e della Giordania e il supporto alle sanzioni delle Nazioni Unite volte a fare pressioni su Saddam Hussein – sono state a malapena prese in considerazione. La diplomazia ha fatto tutto in maniera sbrigativa.

A peggiorare le cose è stato il fatto che la guerra è stata intrapresa senza una sufficiente pianificazione e preparazione per quello che sarebbe successo dopo. Come la relazione giustamente sottolinea, molti in entrambi i governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno predetto che il caos sarebbe potuto emergere se il pugno di ferro di Saddam fosse stato rimosso. Le decisioni di sciogliere l'esercito iracheno e di vietare a tutti i membri del partito Ba’ath di Saddam (piuttosto che solo alcuni dei suoi leader) di assumere delle cariche nel governo successore sono stati errori enormi. L’Iraq non era solo una guerra di scelta; è stata una politica mal consigliata e mal eseguita.

Gran parte della relazione si concentra sui calcoli inglesi e il supporto dell’allora primo ministro Tony Blair alla politica degli Stati Uniti. La decisione di associare il Regno Unito con gli Stati Uniti è stata una scelta strategica difendibile per un paese più piccolo che derivava gran parte della sua influenza dalla vicinanza del rapporto bilaterale. Ciò che il governo Blair ha sbagliato è stato il non aver esercitato una maggiore influenza sulla politica in cambio del suo sostegno. L'amministrazione di George W. Bush avrebbe potuto respingere tali sforzi, ma il governo britannico avrebbe potuto quindi esercitare l'opzione di prendere le distanze da una politica che molti credevano avesse scarse probabilità di successo.

La guerra in Iraq è servita per imparare molte lezioni. Una è che, poiché le ipotesi riguardano fondamentalmente ciò che gli analisti tendono a vedere quando considerano l'intelligence, le ipotesi difettose possono portare a politiche pericolosamente difettose. Quasi tutti davano per scontato che la mancata conformità di Saddam agli ispettori delle Nazioni Unite derivava dal fatto che stava nascondendo armi di distruzione di massa. In realtà, stava nascondendo il fatto di non avere tali armi.

Allo stesso modo, prima che iniziasse la guerra, molti policymaker hanno creduto che la democrazia sarebbe emersa rapidamente una volta che Saddam fosse sparito. Garantire che tali presupposti fondamentali e consequenziali venissero testati da "squadre rosse" - quelli che non supportano la politica associata - dovrebbe essere la procedura operativa standard.

C'è anche da considerare che la rimozione dei governi, per quanto possa essere difficile, non è così complicata come creare la sicurezza che un nuovo governo ha bisogno di consolidare la sua autorità e guadagnare legittimità agli occhi del pubblico. La creazione di qualcosa di simile a una democrazia in una società priva di molti dei suoi più elementari prerequisiti è un compito che richiede decenni, non mesi.

Il rapporto dice poco circa l'eredità della guerra in Iraq, ma è importante prenderla in considerazione. In primo luogo, la guerra ha interrotto l'equilibrio regionale del potere. Poiché non era più nella posizione di distrarre e bilanciare l'Iran, l'Iraq, invece, è passato sotto l'influenza iraniana. L'Iran era libero non solo di sviluppare un programma nucleare significativo, ma anche di intervenire direttamente in diversi paesi. La lotta di parte ha avvelenato le relazioni tra sunniti e sciiti in tutta la regione. L'alienazione avvertita da soldati e ufficiali dell'esercito sciolto di Saddam ha alimentato la rivolta sunnita e, in ultima analisi, ha portato alla nascita del cosiddetto Stato islamico.

La guerra ha avuto un profondo effetto non solo in Iraq e nel Medio Oriente, ma anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Il voto parlamentare britannico nel 2013 contro la partecipazione in qualsiasi sforzo militare volto a penalizzare il presidente siriano Bashar al-Assad per aver sfidato gli avvertimenti espliciti di non usare armi chimiche nella guerra civile del suo paese è stato sicuramente legato alla visione che l'intervento militare in Iraq era stato un errore. È anche possibile che una parte della diffidenza delle élite che ha portato la maggioranza degli elettori a sostenere la "Brexit" derivava dall'esperienza della guerra in Iraq.

La guerra in Iraq e le sue conseguenze in modo simile hanno influenzato il pensiero dell'amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che aveva poca voglia di intraprendere nuove iniziative militari in Medio Oriente in un momento in cui molti americani erano affetti dalla "fatica di intervento".

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Il pericolo, naturalmente, è che si possa imparare troppo da una lezione. La lezione della guerra in Iraq non dovrebbe essere che tutti gli interventi armati in Medio Oriente o altrove sono da evitare, ma piuttosto che devono essere intrapresi solo quando sono la migliore strategia a disposizione e quando i risultati possono giustificare i costi. La Libia è stato un intervento recente che ha violato questo principio; la Siria è costata anche di più, ma nel suo caso per quello che non è stato fatto.

La guerra in Iraq è stata già abbastanza dannosa, senza che le persone abbiano appreso la lezione sbagliata. Questa sarebbe l'ironia finale - e l’unica da aggiungere alla tragedia.