Supreme Court protests Olivier Douliery/Stringer

Affrontare la dannosa inerzia delle istituzioni

LONDRA – Istituzioni solide, credibili, responsabili ed efficaci sono ritenute da tempo un elemento fondamentale per il benessere e la prosperità di una società nel lungo termine. Esse proteggono i paesi dagli sconvolgimenti causati da una volatilità frequente, sia essa economica, politica o sociale, e riducono il rischio di choc dispendiosi. Oggigiorno, però, le istituzioni politiche ed economiche più importanti sono messe alla prova da un’insolita fluidità nei rispettivi ambienti operativi e dagli effetti di un calo della fiducia dei loro elettori.      

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Le implicazioni variano, con una probabilità di adattamento molto più elevata, incluso attraverso un processo relativamente ordinato e creativo di distruzione e ricreazione, per gli enti privati rispetto a quelli pubblici. Questi ultimi richiedono un maggior sforzo riformista per evitare di rappresentare un ostacolo alla capacità dell’economia globale di dar luogo a una crescita sostenuta, inclusiva e duratura.    

Come una rete stradale ben progettata e funzionale, istituzioni solide rafforzano le economie garantendo un ambiente operativo stabile, meccanismi di trasmissione più fluidi, interazioni economiche meno dispendiose e rischiose, un insieme credibile di diritti di proprietà e il rispetto delle norme. Esse non solo facilitano un’ampia gamma di rapporti vantaggiosi per tutte le parti coinvolte, ma agiscono anche da fidati guardiani. Di conseguenza, per decenni queste istituzioni sono state ampiamente considerate come la principale caratteristica che distingue le economie avanzate dai paesi in via di sviluppo, i quali sono ancora soggetti a un’ampia varietà di choc ciclici e strutturali pericolosi.     

Negli  ultimi anni, però, questa caratterizzazione è stata messa in discussione in concomitanza con il declino della reputazione delle istituzioni pubbliche e private con un’influenza sistemica significativa. 

Per una serie di imprese private, la principale fonte di pressione è stata la tecnologia, in particolare gli sviluppi basati sul mix, sempre più potente, di intelligenza artificiale, big data e mobilità. La sfida si è rivelata particolarmente ardua, se non fatale, per quelle che si sono trovate ad affrontare l’agguerrita concorrenza di soggetti in grado di combinare contenuti innovativi con grandi piattaforme – Amazon, Facebook, Google, Netflix e Uber, per citare i più significativi. Come dimostrato dal crescente interesse normativo che stanno suscitando, così come dalla concentrazione dei media sulle varie controversie scaturite (ad esempio, quelle relative alle “fake news” e alle diverse culture aziendali interne), queste aziende devono adeguarsi e mantenersi agili man mano che acquisiscono sempre più influenza sistemica e attenzione.

Il processo di adeguamento è ancora più complicato per le istituzioni pubbliche, soprattutto tenendo conto dell’ampia varietà di ruoli che rivestono – guardiano, facilitatore, regolatore. Incarnando spesso le caratteristiche dei “monopoli naturali”, esse non solo si mettono al riparo dalle turbolenze, ma rischiano anche di reprimere e rallentare lo sviluppo di innovazioni vantaggiose. Inerzia interna, informazioni incomplete, avversione al rischio e condizionamenti coscienti e inconsci si combinano tra loro per impedire di riconoscere l’urgenza e l’importanza dell’adattamento. Anche problemi meno gravi – come la lentezza nel modernizzare le leggi per stare al passo con la realtà che cambia – riducono il benessere economico.

Il fallimento visibile e persistente dei sistemi educativi nell’adottare le scoperte tecnologiche più stimolanti è un chiaro esempio di questa inerzia. Meno evidente è il ritardo delle istituzioni economiche nell’aggiornare i diversi approcci, anche attraverso un più rapido assorbimento degli spunti e strumenti chiave che arrivano dalla scienza comportamentale, dall’intelligenza artificiale, dalle neuroscienze e altre discipline. Vi sono poi i costanti slittamenti nei programmi di acquisizione delle competenze.

Il risultato è un calo della fiducia nell’efficacia delle istituzioni pubbliche, e il danno inferto alla loro credibilità rischia di minarne ulteriormente l’efficienza e di alimentare un circolo vizioso innescato dalla loro incapacità di promuovere una crescita sostenuta e inclusiva.

Poiché la nostra comprensione di come le istituzioni pubbliche dovrebbero adeguarsi e rinnovarsi è in continua evoluzione, una soluzione definitiva non è ancora stata identificata. Alcuni imperativi, però, sono già chiari.   

•         •           Limitare il danno, compreso resistere alla propensione naturale a perpetuare strategie, realtà e mentalità sempre più inefficienti, anche se consolidate.

•                    

•         •           Essere molto più aperti agli insegnamenti che si possono trarre dalle influenze esterne, ed essere disposti a rivedere le basi dei processi e dei modelli di business.

•         •           Favorire gli scambi tra pubblico e privato, non solo per contenuti diretti, ma anche come un modo per incrementare la contaminazione delle buone prassi.

•          

•         •           Migliorare i metodi delle comunicazioni pubbliche per evitare che continui fallimenti informativi, canali obsoleti e il progressivo calo della fiducia aumentino i problemi operativi.

Fino a oggi, troppe istituzioni influenti sono rimaste indietro nel formulare e implementare le riforme. Questo comportamento ha amplificato il senso di delusione, alienazione ed esclusione di alcuni segmenti della popolazione di fronte a governi che non ascoltano o non danno risposte adeguate a un timore profondo legato alla precarietà economica. Si tratta di un fenomeno che va avanti da molti anni, che non può essere eliminato da un giorno all’altro e che sempre più alimenta disordini sociali e politici.   

Le istituzioni contano, specialmente in un periodo di fluidità economica, politica e sociale. Più tempo ci vorrà per riaccendere la fiducia dell’opinione pubblica e, in seconda battuta, delle istituzioni private, maggiori saranno gli ostacoli alla realizzazione del benessere nostro e dei nostri figli.

Traduzione di Federica Frasca

http://prosyn.org/ciLTHJ1/it;

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