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La riconquista dei cervelli

DUBAI – Nel 1968, mentre studiavo presso la Mons Officer Cadet School in Gran Bretagna, mi capitò di visitare un ospedale. Lì conobbi un medico che, con mia grande sorpresa, parlava correntemente l'arabo. Avendo saputo che era appena arrivato nel paese, gli domandai se avesse intenzione di fermarsi a lungo o di tornare presto a casa. Lui mi rispose con un proverbio arabo che tradotto recita più o meno così: "La mia casa è lì dove posso mangiare".

Le parole di quel medico mi rimasero impresse nella memoria perché sottolineano la contraddizione tra la nostra visione idealizzata di "casa" e la dura realtà della vita che spinge persone di talento a lasciare il proprio paese.

 1972 Hoover Dam

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Il suo è un esempio rappresentativo della "fuga dei cervelli", un fenomeno che da decenni affligge i paesi in via di sviluppo. Questi paesi spendono le proprie scarse risorse nella formazione di medici, ingegneri e scienziati, sperando che diventino motori di prosperità per la nazione, poi, con sgomento, li vedono emigrare verso l’Occidente, portando con sé la promessa del loro talento.

Ovviamente, ognuno ha il diritto di scegliere una vita migliore, ovunque desideri. Inoltre, conosciamo il motivo per cui queste persone se ne vanno: il talento è attratto dalle opportunità, come il ferro da una calamita.

Il paese che lasciano, però, finisce in un circolo vizioso senza fine: ha bisogno di talenti per creare delle opportunità, ma senza opportunità i talenti gravitano verso le luci chiare dell'Occidente. Di fatto, secondo le Nazioni Unite e l'OCSE, la migrazione per lavoro è aumentata di un terzo dal 2000. Oggigiorno, un laureato di origine africana su nove vive e lavora in un paese occidentale. Molti di loro non torneranno mai a casa e le probabilità che un lavoratore qualificato rimanga all'estero sono sei volte maggiori.

Ora, però, sta accadendo qualcosa di straordinario. In alcuni paesi, il fenomeno della fuga dei cervelli ha registrato un'inversione di tendenza. Le cause sono interessanti e lasciano sperare che il circolo vizioso possa interrompersi, trasformando il rapporto d’equilibrio tra speranze e opportunità nelle economie in via di sviluppo e in quelle sviluppate.

Un nuovo studio condotto da LinkedIn, la più grande rete professionale online a livello mondiale, ha misurato il movimento internazionale dei talenti che fanno parte di questa comunità virtuale. In cima alla lista delle destinazioni c'è il mio paese, gli Emirati Arabi Uniti, con un guadagno netto di talenti pari all'1,3% della forza lavoro nel 2013. Tra gli altri "paesi-calamita" vi sono l'Arabia Saudita, la Nigeria, il Sudafrica, l'India e il Brasile.

L'aspetto più interessante è che meno di un terzo dei paesi importatori di talenti è tra quelli sviluppati. In realtà, i principali esportatori di talenti, sempre secondo questo studio, sono Spagna, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Italia e Irlanda. I paesi ricchi che fino a poco tempo fa esercitavano una forte attrazione sulle nostre menti più brillanti, ora ci stanno mandando le loro.

Naturalmente, si tratta soltanto di uno studio, e sono molti i paesi poveri che ancora soffrono di un esodo cronico di talenti. Secondo i dati dell'OCSE, in molti paesi dell'Africa e dell'America Latina il tasso di migrazione dei laureati è superiore al 50%.

Sappiamo che la fuga dei cervelli è spesso legata alla sicurezza, oltre che alle opportunità economiche. Parte della tragedia che si consuma nei paesi del Medio Oriente tormentati dai conflitti e dall'instabilità è che, se solo potessero applicare le proprie competenze in patria, i loro figli, e figlie, più talentuosi diventerebbero parte della soluzione, contribuendo a promuovere la pace attraverso lo sviluppo. Per questo motivo, è assai importante capire come alcuni paesi in via di sviluppo siano riusciti a fermare la fuga dei propri talenti all'estero.

L'ingrediente di base è costituito dalle opportunità. Il talento si orienta verso quei paesi capaci di creare un ambiente favorevole alla crescita economica, facilitando la vita delle imprese, attraendo e accogliendo gli investimenti, e promuovendo la cultura del successo. Le capacità sono naturalmente attratte verso le sfide e le opportunità.

Opportunità di questo genere stanno diventando una merce rara in molte parti dell'Occidente, ma non nel mondo in via di sviluppo, o almeno in quei paesi determinati a sviluppare una governance forte e ad aumentare sempre di più la propria competitività.

In secondo luogo, la qualità della vita conta moltissimo. Una generazione fa, molte persone di talento avrebbero considerato un paese fuori dall'Occidente come una "destinazione difficile" per lavorare. Oggi, lo standard di vita negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, è tra i più alti al mondo. In questo caso, abbiamo dimostrato che, per impedire la fuga dei cervelli, bisogna anche offrire una vita migliore ai propri cittadini e residenti. D'altronde, promuovere la felicità è la missione principale di un buon governo in qualunque parte del mondo.

La nostra è una storia di grande speranza soprattutto per il Medio Oriente, dove generazioni di conflitti e disperazione hanno prodotto elevati livelli di emigrazione. Ho sempre sostenuto che, oltre al buon governo, il miglior antidoto alle divisioni e ai contrasti del mondo arabo consiste nello sviluppo e nelle opportunità economiche. Ebbene, ora abbiamo provato che è possibile invertire le forze che un tempo spingevano i nostri giovani più talentuosi ad andarsene.

Un altro motivo di speranza è dato dal fatto che questa inversione di rotta può accadere assai rapidamente. Alcuni studi indicano che i paesi piccoli risentono in modo sproporzionato della fuga dei cervelli. Noi, però, abbiamo dimostrato che anche per un paese piccolo come gli Emirati Arabi Uniti, e persino in una regione lacerata dai conflitti, vale la pena costruire un'isola di opportunità.

Ma, sia ben chiaro, arrestare questa emorragia di cervelli richiede più del semplice tamponamento della ferita. Significa trasformare un circolo vizioso in uno virtuoso. Richiamando i migliori talenti da ogni parte del mondo, possiamo creare una società vivace e variegata in grado di promuovere l'innovazione e la prosperità e di attrarre così altro talento.

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Per realizzare tutto questo, dobbiamo credere nelle persone. Gli esseri umani – le loro idee, innovazioni, sogni e relazioni – sono il capitale del futuro. In tal senso, la "riconquista dei cervelli" non è tanto un successo in sé quanto un importante indicatore di sviluppo, perché lì dove oggi confluiscono grandi menti, grandi cose succederanno domani.

Traduzione di Federica Frasca