Mark Carney, governor of the Bank Of England Getty Images

L’Ultimo “Round” di Basilea

LONDRA – Dopo lunghe e talvolta dolorose negoziazioni, che hanno messo a dura prova le relazioni personali tra i banchieri centrali e le autorità di regolamentazione di molti paesi, in dicembre il Comitato di Basilea ha deposto “l’uovo” da tempo atteso. Descritto come un pacchetto che finalizza le riforme post-2008 al regime globale per il capitale bancario, esso pone fine al processo noto come Basilea 3.

The Year Ahead 2018

The world’s leading thinkers and policymakers examine what’s come apart in the past year, and anticipate what will define the year ahead.

Order now

I banchieri hanno ribattezzato il risultato “Basilea 4”, sostenendo che il pacchetto finale contiene molti requisiti nuovi e più onerosi. Ma il Comitato è fermamente convinto che le nuove regole dovrebbero essere considerate parte integrante del programma di riforme avviato nel 2009, sulla scia della crisi finanziaria globale. I regolatori insistono nell’affermare che, seppure un giorno il Basilea 4 potrebbe arrivare, non è questo il caso.

Quale problema cerca di risolvere il nuovo pacchetto? Nel preambolo, i regolatori fanno riferimento ad “un preoccupante grado di variabilità nei calcoli delle banche degli [asset ponderati in base al rischio]”. Essi hanno riscontrato che applicando i diversi modelli interni delle principali banche allo stesso portafoglio di prestiti si possono ottenere cifre molto differenti, il che significa che alcune banche potrebbero detenere capitali significativamente inferiori rispetto ad altre per lo stesso valore di rischio assunto.

Si potrebbe pensare che la risposta logica a questo problema sia quella di interrogare da vicino i modelli, per vedere a cosa attribuire le differenze, e richiedere cambiamenti di calibratura laddove le risultanti riduzioni degli asset siano ritenute eccessive. Ma i regolatori evidentemente dubitano della loro capacità di penetrare negli oscuri recessi dei modelli interni alle banche; così, invece, hanno imposto un livello minimo patrimoniale, il cosiddetto “output floor”. In altre parole, per quanto il modello possa ridurre le attività ponderate per il rischio, non può prendere in considerazione uno sconto superiore al 27,5%.

L’output floor è espresso con una cifra netta, pari a 72,5%, al di sotto della quale non si può andare. Perché tale cifra insolitamente precisa di 72,5%? La risposta è ovvia. Essa è a metà strada tra il 75%, che costituiva l’offerta finale degli Stati Uniti, e il 70%, che era quella francese. I paesi hanno accettato di giungere ad un compromesso alla pari.

Sebbene ciò può non avere senso, anche le banche direttamente interessate erano convinte che una specie di accordo fosse meglio di niente. La continua incertezza rendeva molto difficile la pianificazione patrimoniale. Quindi i banchieri hanno preferito un accordo, e dovranno accettarne l’esito, sempre che esso rappresenti davvero la fine del programma.

Sfortunatamente, è improbabile che questo nuovo accordo segni la conclusione del dibattito sul capitale. Sebbene banchieri centrali esperti, come Mark Carney, il Governatore della Banca d’Inghilterra e Presidente del Financial Stability Board, ritengano che adesso nel sistema bancario ci sia sufficiente capitale, molti altri non condividono tale opinione.

Anat Admati di Stanford vorrebbe rapporti di capitale ben superiori al 20%. Martin Wolf del Financial Times porta avanti tesi simili. Egli ritiene che le banche siano ancora pericolosamente instabili. Andy Haldane, della Bank of England, sottolinea che, dato il basso livello dei prezzi del capitale delle banche, su una base corretta per il mercato le banche non sono così forti come sembrano.

I banchieri, al contrario, puntano il dito contro l’alto costo del capitale netto e sostengono che costringere le banche a incrementare ancora di più aumenterà i costi e diminuirà la disponibilità di credito. In Europa, circa la metà del miglioramento dei coefficienti patrimoniali deriva dalla riduzione dei prestiti piuttosto che dall’aumento di nuovo capitale. C’è poca convergenza tra i due campi.

Quindi è stato un sollievo incontrare il libro di William Cline, The Right Balance for Banks, che tenta di fornire un fondamento logico per il livello appropriato di capitale bancario. Attingendo ad una vasta gamma di ricerche e analisi di mercato, Cline sostiene che richiedere alle banche di detenere più capitale incrementa in effetti il costo del credito. Sebbene vi siano alcune prove del fatto che, come ci si aspetterebbe, il debito bancario è più economico se il sostegno azionario è elevato, la riduzione non procede con un rapporto di uno a uno. Ed è probabile che incrementi del costo del credito vadano a deprimere la crescita e a generare perdite di benessere.

D’altro canto, un livello maggiore di capitale netto per le banche potrebbe ridurre l’incidenza dei fallimenti bancari, che impongono costi elevati all’economia ed ai singoli individui. La riduzione del numero e della gravità delle crisi è evidentemente auspicabile. Quindi Cline tenta di calcolare dove potrebbe trovarsi l’equilibrio ottimale, riconoscendo che la riduzione a zero del rischio di fallimento bancario potrebbe comportare costi irrazionalmente alti. La conclusione di Cline stabilisce che “il coefficiente di capitale ottimale è compreso tra il 7% e l’8% del totale delle attività, corrispondente ad un valore compreso tra il 12% e il 14% delle attività ponderate per il rischio (utilizzando il rapporto tra attività ponderate per il rischio e totale attività nell’area dell’euro e nelle banche statunitensi)”.

Queste cifre sono, infatti, abbastanza vicine ai numeri sottesi ai nuovi requisiti di Basilea come attuati dalle autorità nazionali di regolamentazione. La maggior parte delle banche britanniche, ad esempio, adesso mira ad un requisito del 13%, ed in genere riporta un pò di più “per scaramanzia”.

L’approccio di Cline è intuitivamente accattivante. Egli riconosce che il rapporto potrebbe essere ragionevolmente sfumato per le banche di rilevanza sistemica, quelle soprannominate “troppo grandi per fallire”. Nella “scuola di regolamentazione” in cui sono stato formato – la Bank of England – ci è stato detto di non usare mai quella frase fatale, per paura di generare esattamente il rischio morale che volevamo evitare. Ma nel mondo post-crisi non si prescindere da ciò.

Il duro lavoro di Cline riuscirà a porre fine al dibattito? Ne dubito. Anche adesso, sento che ci si prepara ad uno scontro, e che si ricalcolano i modelli statistici. Inoltre tuttora non ci sono posizioni favorevoli ad allentare la pressione sulle grandi banche. È necessario che i banchieri centrali mantengano la calma, e che essi stessi si comportino bene, altrimenti un vero Basilea 4 potrebbe apparire sulle rive del Reno.

http://prosyn.org/9QnvVGi/it;

Handpicked to read next