sachs306_Tasos KatopodisGetty Images_trump flag Tasos Katopodis/Getty Images

La dannosa assurdità delle guerre commerciali dell’America

NEW YORK – Don Chisciotte lottava contro i mulini a vento, il presidente americano Donald Trump lotta contro i deficit commerciali. Entrambe le battaglie sono assurde, tuttavia, mentre quella di Don Chisciotte era, se non altro, pervasa di idealismo, quella di Trump è intrisa di rabbiosa ignoranza.

La settimana scorsa è stato annunciato che il deficit statunitense relativo ai beni e ai servizi ha raggiunto quota 621 miliardi di dollari, malgrado la promessa di Trump che sarebbe stato decurtato grazie a politiche commerciali severe nei confronti di Canada e Messico, Europa e Cina. Trump è convinto che il deficit commerciale statunitense sia il risultato di pratiche sleali messe in atto dalle controparti dell’America, e ha giurato di porvi fine e di negoziare accordi commerciali più equi con questi paesi.     

Ma il deficit commerciale dell’America non è indice di pratiche scorrette altrui, e i negoziati di Trump non sortiranno l’effetto di arrestarne la crescita. Esso, in realtà, indica uno squilibrio macroeconomico, che le stesse politiche del presidente americano – soprattutto il taglio delle tasse del 2017 – hanno accentuato. La sua persistenza, anzi, il suo allargamento, l’avrebbe potuto prevedere chiunque avesse frequentato anche solo le prime due settimane di un corso di macroeconomia internazionale all’università.   

Prendiamo, ad esempio, un individuo che percepisce un reddito X e spende Y. Se consideriamo i suoi guadagni come “esportazioni” di beni e servizi, e la sua spesa come “importazioni” di beni e servizi, apparirà subito chiaro che questa persona ha un surplus di esportazioni sulle importazioni se il suo reddito è maggiore di quanto spende. Realizzerà un deficit, invece, se spende più di quanto guadagna.  

Lo stesso vale quando si sommano redditi e spese nell’ambito di un’economia, includendo i settori pubblico e privato. Un’economia gestisce un avanzo delle partite correnti (la misura più ampia del suo equilibrio internazionale) quando il reddito nazionale lordo (RNL) supera la spesa nazionale, e un disavanzo quando la spesa nazionale supera l’RNL. Gli economisti utilizzano l’espressione “assorbimento interno” per la spesa totale, sommando i consumi interni e la spesa per gli investimenti domestici. La parte corrente, quindi, potrebbe essere definita come l’equilibrio tra l’RNL e l’assorbimento interno.  

È importante notare che l’eccesso di reddito sui consumi si applica anche al risparmio nazionale. Pertanto, l’eccesso di reddito sull’assorbimento può essere definito come l’eccesso di risparmio nazionale sugli investimenti domestici. Quando un paese risparmia più di quanto investe, ha un surplus delle partite correnti; quando, invece, risparmia meno di quanto investe, ha un deficit. 

Subscribe now
ps subscription image no tote bag no discount

Subscribe now

Get unlimited access to OnPoint, the Big Picture, and the entire PS archive of more than 14,000 commentaries, plus our annual magazine, for less than $2 a week.

SUBSCRIBE

Da notare che, in tutto questo, la politica commerciale è assente dall’equazione. Un deficit di parte corrente è semplicemente una misura macroeconomica che indica la carenza di risparmio rispetto agli investimenti. Il disavanzo esterno degli Stati Uniti non è in alcun modo o forma un indice di pratiche commerciali sleali adottate da Canada e Messico, Unione europea o Cina. 

Trump pensa che lo sia perché è ignorante, e la sua ignoranza è al centro della scena nel dibattito pubblico statunitense soprattutto per via della pusillanimità dei suoi consiglieri (i quali, va detto, si giocano il lavoro quando si mettono contro di lui), del Partito repubblicano e dei Ceo americani (che rifiutano di opporsi alle assurdità di Trump).

Gli Usa sono passati dai surplus delle partite correnti ai deficit cronici dell’inizio degli anni ottanta, perlopiù conseguenza di una serie di sgravi fiscali attuati sotto i presidenti Ronald Reagan, George W. Bush e Trump. I tagli alle tasse non accompagnati da una riduzione dei consumi pubblici riducono il risparmio pubblico. Un calo del risparmio pubblico può essere parzialmente compensato da un aumento del risparmio privato – ad esempio, quando imprese e famiglie considerano gli sgravi fiscali come temporanei. Tuttavia, tale compensazione sarà, generalmente, incompleta. I tagli fiscali, dunque, tendono a ridurre il risparmio nazionale, che a sua volta sospinge la parte corrente verso il deficit.

Alcuni dati della Federal Reserve Bank of Saint Louis mostrano che negli anni settanta, il risparmio pubblico americano ammontava mediamente a -0,1% dell’RNL, mentre quello privato era pari al 22,2% dell’RNL. Il risparmio nazionale, quindi, corrispondeva al 22,1% dell’RNL. Nei primi tre trimestri del 2018, il risparmio pubblico americano è stato pari a -3,1% dell’RNL, mentre quello privato al 21,8% dell’RNL; sommandoli, si ha un risparmio nazionale del 18,7% dell’RNL. Pertanto, il saldo delle partite correnti è passato da un piccolo surplus dello 0,2% dell’RNL negli anni settanta a un deficit pari al 2,4% dell’RNL nei primi tre trimestri del 2018.  

In conseguenza dei tagli fiscali del 2017, il risparmio pubblico subirà un calo pari all’1% dell’RNL. Il risparmio privato potrebbe registrare un incremento forse pari alla metà, in previsione di futuri incrementi delle tasse, con l’aumento marginale degli investimenti aziendali e il calo degli investimenti immobiliari che producono un effetto complessivo modesto. Il risultato netto, quindi, sarà probabilmente un aumento del deficit delle partite correnti, forse intorno allo 0,5% dell’RNL.    

La politica fiscale di Trump è, pertanto, la principale spiegazione del modesto aumento dello squilibrio internazionale. Anche in questo caso, la politica commerciale ha poco a che vedere con il risultato.

Ma la politica commerciale non è di certo irrilevante per l’economia globale. Tutt’altro. Mentre Trump insegue una chimera, l’economia mondiale è diventata più instabile, e le relazioni tra gli Stati Uniti e buona parte del resto del mondo si sono palesemente deteriorate. Trump stesso è guardato con sdegno quasi dappertutto, e il rispetto per la leadership statunitense ha registrato un tracollo a livello mondiale.   

Ovviamente, le politiche commerciali di Trump non solo puntano a migliorare il saldo dell’America con l’estero, ma rappresentano anche un maldestro tentativo di contenere la Cina e indebolire l’Europa. Tale obiettivo riflette una visione del mondo neoconservatrice secondo cui la sicurezza nazionale equivale a una lotta a somma zero tra stati-nazione. I successi economici dei concorrenti dell’America vengono considerati come una minaccia al primato degli Usa nel mondo e, quindi, alla sicurezza americana. 

Questa visione presenta i tratti di belligeranza e paranoia che da tempo caratterizzano la politica statunitense. Un atteggiamento di questo tipo, a cui Trump e i suoi stanno dando libero sfogo, è il preludio di un conflitto internazionale senza fine. Viste in quest’ottica, le mal concepite guerre commerciali di Trump sono quasi altrettanto prevedibili degli squilibri macroeconomici che, clamorosamente, non sono riuscite a risolvere.    

Traduzione di Federica Frasca

http://prosyn.org/0xGR6fE/it;

Cookies and Privacy

We use cookies to improve your experience on our website. To find out more, read our updated cookie policy and privacy policy.