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Più sicurezza per tutti in Europa-Per un rilancio del controllo degli armamenti

BERLIN – La sicurezza dell’Europa è minacciata. Mentre alcuni anni fa questo potevamo appena immaginarcelo, oggi la preoccupazione per la sicurezza dell’Europa si colloca in primissimo piano nella nostra agenda politica.

Già prima del conflitto in Ucraina si era fatta di nuovo percepire una contrapposizione tra i blocchi a lungo ritenuta superata. Non più come antagonismo tra comunismo e capitalismo, bensì come confronto sul giusto ordine sociale – su libertà, democrazia, stato di diritto e diritti umani – e come competizione per le sfere di influenza geopolitiche.

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Whither Turkey?

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Annettendo la Crimea contro il diritto internazionale, la Russia ha messo in questione i principi fondamentali dell’architettura della pace europea. Le strutture dei conflitti sono cambiate drammaticamente: acquistano importanza forme ibride di contrapposizione e soggetti non statali. Le nuove tecnologie celano anche nuovi pericoli: capacità cibernetiche offensive, droni armati, robotica, sistemi di combattimento elettronici, armi laser e a distanza. I nuovi scenari operativi – unità più piccole, maggiore forza d’urto, dislocazione più rapida – non vengono contemplati dagli attuali regimi di trasparenza e controllo. Si rischia una nuova, pericolosa spirale di riarmo.

Gli schemi di conflitto sono diversi, eppure è ancora vivo un ricordo: in mezzo ai giorni più freddi della Guerra Fredda Willy Brandt osò compiere i primi passi della politica di distensione, contro una forte resistenza. Al di là di tutte le divisioni, cercò gli elementi comuni e li trovò nei Trattati con i Paesi dell’est e nei principi contenuti nell’Atto Finale di Helsinki. La pace in Europa, l’eredità della politica di distensione, negli ultimi due decenni l’abbiamo data per scontata. Adesso è di nuovo tutto in gioco. Tra la Russia e l’Occidente si sono aperti profondi fossati che temo non potremo richiudere così velocemente, nemmeno con i massimi sforzi. Solo una cosa è certa: senza tali sforzi la pace in Europa e al di fuori di essa sarà fragile.

Le ricette del passato non sempre servono , ma le lezioni della politica di distensione sono tuttora valide: per quanto siano profondi i fossati, bisogna cercare di costruire ponti. Non possiamo edificare a titolo duraturo la sicurezza in Europa agendo in contrapposizione. La sicurezza non è un gioco a somma zero. Non dobbiamo nemmeno smettere di cercare possibilità e ambiti di sicurezza cooperativa. Pertanto abbiamo bisogno di concrete iniziative per la sicurezza.

Nessuno dovrebbe farsi illusioni sulle difficoltà e su ciò che ora è possibile: soprattutto oggi, in un mondo uscito dai cardini, nel mezzo di tutti i conflitti, nell’Ucraina orientale, in Siria e in Libia, in un’epoca in cui non siamo immuni da una nuova escalation e ulteriori ricadute.

Ma proprio per questo sostengo un rilancio del controllo degli armamenti come mezzo comprovato di trasparenza, prevenzione dei rischi e creazione di fiducia.

Dal Rapporto Harmel del 1967 l’Occidente nelle sue relazioni con la Russia punta sulla doppia strategia della deterrence e della détente. Al Vertice di Varsavia la NATO ha riaffermato questa doppia strategia. Noi abbiamo stabilito la necessaria riassicurazione militare e al contempo abbiamo ribadito la nostra responsabilità politica per la sicurezza cooperativa in Europa.

La deterrenza è concreta e visibile a tutti. Ma anche l’offerta di cooperazione dev’essere concreta! Altrimenti viene meno l’equilibrio, sorgono percezioni errate e rimane poco da contrapporre a una spirale di escalation.

Gli esistenti regimi di controllo degli armamenti e disarmo stanno sgretolandosi da anni. Il Trattato CFE, che dopo il 1990 ha consentito la distruzione di decine di migliaia di carri armati e armi pesanti in Europa, in Russia non trova più applicazione da anni. I meccanismi di verifica del Documento di Vienna non portano a nulla, la Russia si oppone alla necessaria modernizzazione. Anche il Trattato sui Cieli Aperti è limitato. Con l’annessione della Crimea il Memorandum di Budapest quale garanzia di sicurezza per l’Ucraina è diventato carta straccia. La fiducia faticosamente costruita nel corso di decenni è andata perduta.

Al contempo sentiamo da parte della Russia richieste per un nuovo dibattito sul controllo degli armamenti convenzionali in Europa. È giunto il momento di prendere in parola la Russia!

Un rilancio del controllo degli armamenti convenzionali a mio avviso deve riguardare cinque settori. Necessitiamo di accordi che

·         definiscano i limiti massimi regionali, le distanze minime e le misure di trasparenza (soprattutto nelle regioni sensibili sul piano militare, ad esempio i Paesi baltici),

·         tengano conto delle nuove capacità e strategie militari (oggi non parliamo tanto di classici eserciti pesanti, quanto piuttosto di unità più piccole e mobili, pertanto dovremmo ad esempio considerare anche la capacità di trasporto),

·         includano nuovi sistemi di armamenti (ad esempio i droni),

·         consentano effettive verifiche: rapidamente realizzabili, flessibili e indipendenti in tempi di crisi (ad esempio da parte dell’OSCE).

·         siano applicabili anche in regioni il cui status territoriale è controverso.

Sono questioni complesse e difficili. Qui vogliamo un dialogo strutturato con tutti i partner responsabili della sicurezza del nostro continente. Un importante forum di dialogo a tal fine è l’OSCE, di cui la Germania quest’anno detiene la presidenza.

Una simile impresa può avere successo in questi tempi di erosione dell’ordine mondiale e volgendo lo sguardo alla Russia? Ammetto che non è certo. Ma rinunciare per questa ragione a fare un tentativo sarebbe da irresponsabili. Sì, la Russia ha violato fondamentali principi di pace. Questi principi – integrità territoriale, libertà di scegliere i propri alleati e accettazione del diritto internazionale – per noi non sono negoziabili. Tuttavia al tempo stesso deve accomunarci l’interesse di impedire ogni ulteriore inasprimento della spirale di escalation. Condividiamo l’opinione che il nostro mondo è diventato più pericoloso: il terrorismo islamista, gli aspri conflitti in Medio Oriente, gli ordini statali che si sfaldano e l’emergenza rifugiati ci mettono tutti in pericolo. Le nostre capacità nella politica di sicurezza, sia in Occidente che in Russia, sono ai limiti estremi. Nessuno vince, tutti perdono se ci stremiamo in una nuova corsa agli armamenti gli uni contro gli altri.

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Con un rilancio del controllo degli armamenti possiamo avanzare una concreta proposta di cooperazione, ossia a tutti coloro che vogliono assumere la responsabilità per la sicurezza in Europa.

È ora di tentare l’impossibile…