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Non c’è spazio per il fondamentalismo commerciale

CAMBRIDGE – “Una delle sfide cruciali” della nostra epoca “è mantenere in vita un sistema commerciale internazionale aperto e in continua espansione”. Purtroppo, “i principi liberali” del sistema commerciale internazionale “sono sempre più sotto attacco”, “oggigiorno c’è una crescente tendenza al protezionismo” ed “esiste un forte rischio che il sistema possa deteriorarsi… o degenerare in una triste replica degli anni trenta del secolo scorso”.

Se pensate che queste parole siano tratte da uno degli articoli di sfogo apparsi di recente sui media economici e finanziari a proposito dell’attuale reazione antiglobalizzazione, sarete perdonati. In realtà, sono state scritte trentacinque anni fa, precisamente nel 1981.

 1972 Hoover Dam

Trump and the End of the West?

As the US president-elect fills his administration, the direction of American policy is coming into focus. Project Syndicate contributors interpret what’s on the horizon.

All’epoca, il problema riguardava la stagflazione nei paesi avanzati, ed era il Giappone, non la Cina, lo spauracchio commerciale che incombeva sui mercati globali facendola da padrone. Gli Stati Uniti e l’Europa avevano reagito innalzando barriere commerciali e imponendo le cosiddette “restrizioni volontarie delle esportazioni” (VER) sulle automobili e l’acciaio giapponesi. Parlare dell’insidiosa avanzata di un “nuovo protezionismo” era diventato uno sport diffuso.

Ciò che accadde in seguito avrebbe smentito questo pessimismo sul regime commerciale. Invece di registrare un calo, il commercio internazionale esplose letteralmente tra gli anni novanta e l’inizio degli anni duemila, fomentato dalla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, dalla proliferazione di accordi commerciali e d’investimento sia bilaterali che regionali, e dall’ascesa della Cina. Era l’inizio di una nuova era della globalizzazione, o forse sarebbe più corretto dire di un’iper-globalizzazione.

Col senno di poi, il “nuovo protezionismo” degli anni ottanta non ha segnato un taglio netto col passato ma, come ha osservato l’analista John Ruggie, è servito più a preservare che a turbare il regime. Le “salvaguardie” sull’import e le VER furono misure ad hoc dell’epoca, ma anche risposte necessarie alle sfide distributive e di aggiustamento poste dall’instaurarsi di nuove relazioni commerciali.

Gli economisti e gli esperti commerciali che allora lanciarono l’allarme si sbagliavano. Se i governi avessero seguito il loro consiglio e non avessero risposto ai propri elettori, forse avrebbero addirittura peggiorato le cose. Quello che ai contemporanei sembrava un protezionismo dannoso era in realtà un modo per allentare la tensione ed evitare l’esacerbarsi della pressione politica.

Gli osservatori sono altrettanto allarmisti riguardo alla reazione antiglobalizzazione di oggi? Il Fondo monetario internazionale, tra gli altri, ha recentemente dichiarato che crescita lenta e populismo potrebbero portare a una diffusa reazione protezionistica. Secondo Maurice Obstfeld, economista capo dell’Fmi, “è di vitale importanza difendere le prospettive di una maggiore integrazione commerciale”.

Finora, però, sono pochi i segnali di un netto allontanamento dei governi da un’economia aperta. Il sito globaltradealert.org contiene un database di misure protezionistiche ed è spesso fonte di testimonianze di un protezionismo progressivo. Cliccando sulla mappa interattiva delle misure protezionistiche, si assisterà a un��esplosione di fuochi d’artificio – cerchietti rossi disseminati per tutto il globo – ma non appena si clicca sulle misure di liberalizzazione, e compaiono altrettanti cerchietti verdi, il quadro diventa meno allarmante.

La differenza è che, stavolta, le forze politiche populiste sembrano molto più potenti e vicine a vincere le elezioni, in parte una risposta allo stato avanzato di globalizzazione raggiunto dagli anni ottanta. Non molto tempo fa, sarebbe stato impensabile concepire un’uscita britannica dall’Unione europea, o un candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti che promette di rinnegare gli accordi commerciali, costruire un muro contro i migranti messicani e punire le aziende che trasferiscono i propri stabilimenti all’estero. Lo stato-nazione sembra determinato a riaffermare se stesso.

Ma la lezione degli anni ottanta è che un’inversione legata all’iper-globalizzazione non è necessariamente una cosa negativa, purché serva a mantenere l’economia mondiale relativamente aperta. Come ho spesso affermato, c’è bisogno di un maggior equilibrio tra autonomia nazionale e globalizzazione. In particolare, dobbiamo mettere le esigenze della democrazia liberale davanti a quelle del commercio e degli investimenti internazionali. Un simile riequilibrio lascerebbe ampio spazio a un’economia globale aperta, anzi, la renderebbe possibile e più solida.

Ciò che rende pericoloso un populista come Donald Trump non sono le sue proposte specifiche in materia di commercio, bensì il fatto che esse mal si sposano con una visione coerente di come gli Usa e un’economia mondiale aperta potrebbero prosperare fianco a fianco (oltre, naturalmente, all’approccio campanilista e reazionario su cui sta basando la sua campagna elettorale e con il quale, probabilmente, governerebbe).

La sfida enorme che oggi affrontano i principali partiti politici nelle economie avanzate è quella di concepire tale visione, insieme a una narrativa in grado di sminuire i populisti. Non si dovrebbe chiedere a questi partiti di centrodestra e centrosinistra di salvare l’iper-globalizzazione a tutti i costi. E i sostenitori del commercio dovrebbero mostrarsi comprensivi se essi adottano politiche poco ortodosse per assicurarsi sostegno politico.

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Quello che bisognerebbe chiedersi, invece, è se le loro politiche siano guidate da un desiderio di uguaglianza e inclusione sociale, oppure da impulsi campanilisti e razzisti, se essi intendano accrescere o indebolire lo stato di diritto e la deliberazione democratica, e se stiano tentando di salvare l’economia mondiale aperta, pur se con regole di base differenti, oppure di minarla.

Traduzione di Federica Frasca