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Truthiness e verità viscerale

LONDRA – Il senatore americano Daniel Patrick Moynihan amava ripetere, “Tutti hanno diritto alla propria opinione, ma non ai propri fatti”. Potrebbe essere vero ma, che ne abbiano diritto o meno, politici ed elettori stanno costruendo le proprie realtà alternative – con conseguenze profonde.

Oggi diventa sempre più difficile difendere i fatti e la verità in politica (negli affari e persino nello sport), perché vengono sostituiti con ciò che il comico americano Stephen Colbert chiama “truthiness”, un neologismo che indica ciò che percepiamo come verità viscerale, ma che non necessariamente corrisponde alla realtà dei fatti. Quest’anno potrebbe essere l’emblema della comunicazione “truthiness”.

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Per prendere delle buone decisioni, gli elettori devono avere a disposizione informazioni attendibili, dai dati economici all’analisi anti-terrorismo, che siano presentate in modo trasparente e senza pregiudizi. Ma oggi chi parla in televisione preferisce attaccare gli esperti di queste aree. E gli ambiziosi esponenti politici – dai leader della campagna per la Brexit nel Regno Unito al candidato repubblicano alla presidenza Donald Trump – trascurano del tutto i fatti.

L’ambiente è saturo di questi comportamenti. Gli elettori, soprattutto nelle economie avanzate, sono stanchi di anni di promesse politiche infrante, rivelazioni di insabbiamenti e di inesorabile confusione politica e mediatica. Gli accordi poco chiari o sospetti hanno dato adito a dubbi sull’integrità delle organizzazioni e delle istituzioni di cui dovremmo poterci fidare. Il New York Times, ad esempio, ha recentemente pubblicato una serie di articoli sui think tank che evidenziava il conflitto di interesse cui devono far fronte coloro che operano come analisti, ma sono vincolati ai corporate funders e talvolta agiscono anche come lobbisti.

Fino a quando gli esperti offriranno mezze verità – o qualcosa di peggio  – la credibilità dell’intero settore  sarà messa in discussione. Christine Todd Whitman, che era il capo dell’Agenzia per la protezione ambientale americana (EPA) al tempo dell’11 settembre 2001, assicurò ai residenti di New York City che l’aria fosse respirabile e l’acqua potabile nei giorni successivi all’attacco terroristico al World Trade Center. Ma come ha riferito un report EPA del 2003, l’agenzia “non disponeva di dati e analisi sufficienti per fare questo tipo di affermazione generica”. A fronte dei numerosi e gravi casi di malattie respiratorie registrati, Whitman ora ammette come quella dichiarazione fosse sbagliata.

Allo stesso modo, come ha dimostrato il Chilcot report recentemente pubblicato, la Guerra in Iraq fu lanciata nel 2003 sotto falsi pretesti. I report dell’Intelligence non avevano dimostrato che vi fossero armi di distruzione di massa nel paese, eppure il premier britannico Tony Blair seguì doverosamente il presidente americano George W. Bush nell’ordinare al proprio esercito di invadere il paese. Le conseguenze di quella decisione emergono tuttora.

Se i nostri leader possono ostinatamente sbagliarsi su questioni di questo calibro, come possiamo credere a tutto ciò che ci dicono? Questa domanda ha aperto la porta a una nuova e più manifesta “truthiness”, abbracciata dalla gente come Trump, che sembra introdurre quotidianamente “fatti” puramente inventati. I seguaci di Trump, dal canto loro, utilizzano le comparsate in televisione e i social media per riaffermare le menzogne, apparentemente agendo secondo il principio per cui la reiterazione di dichiarazioni spesso porta la gente a credere che queste dichiarazioni siano di fatto vere.

E molti elettori sembrano disposti a crederci. Quando 40 autorevoli repubblicani, esperti di sicurezza nazionale e politica estera,  hanno sottoscritto una lettera per esprimere la presa di distanza da Trump, che temono possa essere “il presidente più sconsiderato della storia americana”, le loro preoccupazioni non sono state affatto prese in considerazione. La risposta di Trump – secondo cui quei leader sono quelli che hanno reso il mondo “un luogo così pericoloso” – suona abbastanza plausibile da giustificare il fatto di ignorare il loro monito. Anche le menzogne assolute dette in un’intervista trasmessa a livello nazionale passano inosservate, come se Trump avesse diritto ai propri fatti.

I leader della campagna del Regno Unito a favore dell’abbandono dall’Unione europea hanno approfittato di un vantaggio simile nella fase precedente al referendum di giugno sulla Brexit. Hanno dipinto un quadro completamente falso delle condizioni del paese – dal suo ruolo nell’Ue all’impatto dell’immigrazione – e consapevolmente hanno fatto promesse impossibili su quanto sarebbe accaduto se il pubblico avesse votato “Leave”.

Esponenti come Boris Johnson, ora segretario degli Esteri della Gran Bretagna, ha dichiarato, ad esempio, che 350 milioni di sterline (pari a circa 410 milioni di euro) presumibilmente versati ogni settimana all’Ue (un dato del tutto errato che non contempla i benefici ricevuti) sarebbero stati reindirizzati al Servizio sanitario nazionale. E questa promessa campeggiava sui manifesti affissi sugli autobus per la campagna pro-Leave.

Ora che il referendum è passato, Johnson e altri hanno fatto marcia indietro, e la campagna è stata rinominata “Change Britain” e promette di reindirizzare i fondi Ue ad altre aree. Questo ha fatto infuriare molti, soprattutto alla luce del recente monito da parte dell’organismo che rappresenta gli ospedali in tutta l’Inghilterra secondo cui la mancanza di fondi ha gettato il Sistema sanitario nazionale sull’orlo del collasso. I sostenitori della Brexit hanno anche ritrattato le promesse fatte per contenere l’immigrazione, di fronte al netto incremento dei reati generati dall’odio in tutto il Regno Unito che la loro retorica ha contribuito ad alimentare.

Gli aspetti negativi della Brexit avrebbero dovuto essere ovvi agli occhi degli elettori prima del referendum – anche perché molti economisti, esperti e leader mondiali ne hanno parlato chiaramente durante la campagna. Ma come ha orgogliosamente osservato il principale fautore della Brexit, Michael Gove, la gente di questo paese “ne ha abbastanza degli esperti”.

Di fatto, sembra che alcuni elettori abbiano votato a favore della Brexit specificatamente perché molti esperti si sono pronunciati contrari. Credevano a quanto affermava la sostenitrice del Leave MP Gisela Stuart: “l’unico esperto che conta” è l’elettore. Non dovrebbe sorprendere che la realtà post-referendum non sia ciò che si aspettavano molti elettori favorevoli alla Brexit.

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Eppure le rivelazioni delle falsità che hanno spinto la campagna del Leave alla vittoria non hanno rigettato le persone tra le braccia degli esperti. A dilagare è la “truthiness”, soprattutto in Europa e negli Usa – in larga parte perché molte delle autorità che dovrebbero parlare delle menzogne sono esse stesse corrotte da queste verità viscerali.

Traduzione di Simona Polverino