posner4_Spencer PlattGetty Images_maga rally Spencer Platt/Getty Images

La vera natura delle elezioni americane

CHICAGO – Le elezioni americane che si terranno il prossimo mese non riguardano la politica, e nemmeno il presidente Donald Trump. Riguardano il sistema costituzionale americano. Ciò non vuol dire che le elezioni potrebbero mettere fine a quel sistema. Se da un lato Trump ha un temperamento autoritario e ammira dittatori come il presidente russo Vladimir Putin, dall’altro è improbabile che diventi un autocrate anche in caso di rielezione. La vera questione che deve affrontare l’America riguarda il ruolo del governo nazionale nella vita del paese.

Il trumpismo non è solamente l’ultima di una serie di ondate populiste nate dalla rabbia verso ciò che le persone vedono come le élite politiche irresponsabili ed egoistiche di Washington. La storia inizia infatti prima della fondazione della città. La Rivoluzione americana puntava alle remote élite individualiste di Londra, e fu ben presto seguita da un’importante controversia sul potere del governo nazionale.

I critici sostenevano che la nuova Costituzione proposta avrebbe creato un’élite nazionale al governo, così compromettendo la sovranità duramente guadagnata delle colonie trasformatesi in stati. Pur prevalendo i sostenitori della Costituzione, i critici si rivelarono preveggenti. Quasi immediatamente emersero dei movimenti populisti per sfidare ciò veniva visto come il governo delle élite. La democrazia di Jefferson rovesciò le élite federaliste nel 1800, poi la democrazia jacksoniana sovvertì le élite jeffersoniane nel 1829.

Pur diverse in vari ambiti, la democrazia jeffersoniana e quella jacksoniana riflettevano entrambe la convinzione che le élite che avevano guidato la Rivoluzione americana avessero infranto la promessa di garantire l’autogoverno alle masse. Gli esponenti eletti, i giudici e i burocrati provenivano dalle grandi famiglie o dalle classi abbienti, e governavano come tali, proprio come l’aristocrazia corrotta da cui stavano fuggendo gli americani. La soluzione era restituire il potere politico alle masse estendendo il diritto di voto, portando la democrazia in un maggior numero di cariche (come quelle dei giudici di stato) e limitare il potere del governo nazionale.

Questa ondata di populismo fu temporaneamente superata dal dibattito sulla schiavitù e dalla guerra civile, ma tornò prepotente alla fine del XIX secolo. Questa volta era guidata dagli agricoltori del sud e del Midwest che si sentivano ignorati dai due principali partiti politici e sfruttati dalle banche e dalle ferrovie che quei partiti servivano. I populisti invocarono Jackson come loro eroe, attaccarono l’intero sistema politico come corrotto e formarono il proprio Partito Popolare per promuovere i propri interessi.

La successiva grande ondata di populismo avvenne durante la Grande Depressione degli anni ‘30. Politici come Huey Long, governatore della Louisiana e poi senatore degli Stati Uniti, salirono al potere promettendo di ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri. Accusava di plutocrazia politici autorevoli e cercò di minare tutti i centri di potere concorrenti, dal legislatore statale al sistema universitario. Quando morì, nel 1935, aveva attirato un significativo seguito nazionale.

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L’ultima fiammata del populismo prima di quella attuale si verificò negli anni ‘60, quando il politico sudista e demagogo razzista George Wallace tentò di persuadere i nordisti ad appoggiare la sua candidatura per la presidenza sostenendo che la burocrazia federale (“big government”) fosse responsabile di tutti i problemi dell’America. Questo antielitarismo era comune anche a sinistra, che incolpava l’establishment razzista e imperialista per la guerra fredda e l’intervento in Vietnam.

La logica del populismo è semplice e potente: se le cose vanno male, la colpa è del governo e delle élite che lo gestiscono. Mentre i populisti americani hanno attaccato i governi statali, il governo federale è sempre stato il loro obiettivo primario perché troppo distante. La gente può fidarsi dei politici locali e del proprio rappresentante o senatore. Ma a parte il presidente e il leader del Congresso, le autorità federali sono in gran parte sconosciuti.

Tutti i movimenti populisti si esauriscono quando le loro contraddizioni interne superano l’entusiasmo popolare. I populisti detestano le élite, ma non possono governare senza mettere al potere le proprie élite; la democrazia jeffersoniana diede vita a uno stato con un partito unico gestito dagli aristocratici proprietari delle piantagioni della Virginia; la democrazia jacksoniana produsse un sistema di partiti corrotto controllato da boss e politici professionisti; il movimento populista perse slancio quando, per guadagnare terreno politico, aprì le porte al Partito democratico. E talvolta i populisti sono sopraffatti dai politici dell’establishment o perdono il potere man mano che le condizioni migliorano. Roosevelt si spostò a sinistra per contrastare il populismo longiano degli anni ‘30, e il populismo degli anni ‘60 crollò con la fine di Jim Crow e la guerra del Vietnam.

Il populismo trumpiano dovrebbe divorziare da Trump, che ha cavalcato un’ondata politica che non ha né avviato né controllato. La sua fonte principale è la rabbia per l’avanzata del liberalismo culturale, la stagnazione economica e la disuguaglianza, le cui colpe ricadrebbero, con più o meno giustizia, sulle élite nazionali e sulle istituzioni che dominano. Questa stessa ondata ha aiutato l’outsider Barack Obama a sconfiggere i candidati dell’establishment Hillary Clinton e John McCain nel 2008, anche se Obama era un tecnocrate per temperamento e governò come tale.

Il populismo è pericoloso perché poggia su un atteggiamento totalmente ostile nei confronti delle istituzioni politiche consolidate e dei politici professionisti da cui alla fine non possiamo fare altro che dipendere, qualunque siano le loro imperfezioni. Ecco perché, col senno di poi, il populismo può sembrare irrazionale anche quando ha fatto del bene portando legittime rimostranze all’attenzione del governo e dell’opinione pubblica. Gli attacchi di Trump alle istituzioni e alle norme, culminati nel suo rifiuto di garantire una transizione pacifica del potere, stanno virando verso il nichilismo.

E questo ci porta alle elezioni del mese prossimo. Non sappiamo ancora se l’ondata populista del XXI secolo che ha portato Trump al potere si sia esaurita. È possibile che la pandemia abbia ricordato alle persone le virtù della competenza e della professionalità nel governo. Ma sono tanti gli americani che si sono opposti totalmente ai burocrati non eletti del “deep state” su cui il trumpismo potrebbe continuare a vivere senza il suo omonimo, forse guidati da un nuovo tribuno, con il rischio di altri anni di caos e divisione. Solo una sconfitta veramente decisiva sia per Trump che per i repubblicani potrà impedire che ciò avvenga.

Traduzione di Simona Polverino

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