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Un Donald accovacciato come una tigre di carta

BERKELEY – I commenti di Donald Trump sulla Cina durante la sua campagna elettorale di certo non hanno fatto pensare ad un probabile rafforzamento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti una volta eletto come Presidente. Trump ha accusato la Cina di “aver preso i posti di lavoro statunitensi” e “[di aver rubato] centinaia di miliardi di dollari in termini di proprietà intellettuale statunitense.” Ha ripetutamente accusato la Cina di manipolare la sua valuta per arrivare poi al livello più basso nel corso del maggio scorso quando ha avvertito i suoi sostenitori di “non poter permettere alla Cina di continuare a violentare il nostro paese. Perchè questo è quello che sta facendo, ed è il più grande furto nella storia del mondo.”

Vista la retorica accesa, molti attendevano con comprensibile trepidazione il vertice tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping presso la residenza di Trump a Mar-a-Lago. Non era difficile immaginare un rifiuto ad una stretta di mano oppure la presentazione del conto come quello che, a quanto riferito, Trump avrebbe presentato al Cancelliere tedesco Angela Merkel durante la sua visita negli Stati Uniti (un commento smentito dalla Casa Bianca).

Per contro, Trump ha trattato Xi con considerevole rispetto. Una delle ragioni potrebbe essere la preoccupazione per l’imminente attacco missilistico contro la Siria da parte degli Stati Uniti, ma un’altra potrebbe invece essere che è più facile avere il rispetto di Trump quando si ha una portaerei, 3000 aerei militari e 1,6 milioni di truppe di terra.

Ma la spiegazione migliore è senza dubbio che gli Stati Uniti dipendono troppo dalla Cina da un punto di vista politico ed economico perché persino un presidente diplomaticamente imprudente come Trump decida di provocare un conflitto.