3

Un Donald accovacciato come una tigre di carta

BERKELEY – I commenti di Donald Trump sulla Cina durante la sua campagna elettorale di certo non hanno fatto pensare ad un probabile rafforzamento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti una volta eletto come Presidente. Trump ha accusato la Cina di “aver preso i posti di lavoro statunitensi” e “[di aver rubato] centinaia di miliardi di dollari in termini di proprietà intellettuale statunitense.” Ha ripetutamente accusato la Cina di manipolare la sua valuta per arrivare poi al livello più basso nel corso del maggio scorso quando ha avvertito i suoi sostenitori di “non poter permettere alla Cina di continuare a violentare il nostro paese. Perchè questo è quello che sta facendo, ed è il più grande furto nella storia del mondo.”

Vista la retorica accesa, molti attendevano con comprensibile trepidazione il vertice tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping presso la residenza di Trump a Mar-a-Lago. Non era difficile immaginare un rifiuto ad una stretta di mano oppure la presentazione del conto come quello che, a quanto riferito, Trump avrebbe presentato al Cancelliere tedesco Angela Merkel durante la sua visita negli Stati Uniti (un commento smentito dalla Casa Bianca).

Per contro, Trump ha trattato Xi con considerevole rispetto. Una delle ragioni potrebbe essere la preoccupazione per l’imminente attacco missilistico contro la Siria da parte degli Stati Uniti, ma un’altra potrebbe invece essere che è più facile avere il rispetto di Trump quando si ha una portaerei, 3000 aerei militari e 1,6 milioni di truppe di terra.

Ma la spiegazione migliore è senza dubbio che gli Stati Uniti dipendono troppo dalla Cina da un punto di vista politico ed economico perché persino un presidente diplomaticamente imprudente come Trump decida di provocare un conflitto.

Da un punto di vista economico, gli Stati Uniti e la Cina sono troppo interconnessi attraverso le catene globali di approvvigionamento per poter recidere i legami esistenti. Le aziende statunitensi non solo competono con le importazioni cinesi, ma dipendono pesantemente da loro. Rivenditori come Target e Walmart si affidano alle importazioni cinesi per riempire i loro scaffali, mentre le aziende elettroniche come Apple dipendono dai lavoratori cinesi per l'assemblaggio dei loro prodotti. E l’idea secondo cui gli Stati Uniti potrebbero fare affidamento su altri paesi è fantasiosa. In poche parole, se da un lato Trump ha più volte osservato che la Cina vende più prodotti agli Stati Uniti di quanti ne vendano gli Stati Uniti alla Cina, dall’altro iniziare una guerra commerciale al fine di correggere questo presunto squilibrio comporterebbe un prezzo molto alto in termini di business.  

E se c’è una circoscrizione che Trump ascolta attentamente è il business. Eventuali sanzioni commerciali contro la Cina abbasserebbero repentinamente i prezzi azionari mettendo in allarme un presidente statunitense che misura il successo delle sue politiche economiche in base al livello del mercato azionario. Se da un lato lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 non provocò il Grande Crollo e tantomeno la Grande Depressione, dall’altro quel dazio e le conseguenti ritorsioni da parte dei paesi stranieri fecero scendere ancor di più il mercato azionario, il che non aiutò di certo il contesto.

 Anche da un punto di vista politico, gli Stati Uniti non possono permettersi un conflitto in termini reali con la Cina viste le crescenti tensioni nella penisola coreana che le provocazioni della Corea del Nord e l’incauta reazione di Trump hanno fatto emergere. Mettendo da parte le posizioni politiche, Trump dovrà riconoscere che l’uso della forza militare non è un’opzione. Un attacco chirurgico contro gli impianti nucleari della Corea del Nord non avrebbe quasi sicuramente successo, mentre un attacco massiccio comporterebbe una ritorsione devastante contro la Corea del Sud. 

L’unica strategia perseguibile è quindi quella di imporre sanzioni più rigide ed esercitare pressione politica per portare la Corea del Nord al tavolo delle negoziazioni. E l’unica parte in grado di rafforzare le sanzioni ed esercitare una pressione politica efficace è la Cina la cui benevolenza gli Stati Uniti considerano ora essenziale.

Il dietro front di Trump rispetto alla Cina sembra andare di pari passo con la sua “ricalibratura” rispetto all’abrogazione dell’Obamacare, alla riforma del sistema fiscale, all’iniziativa sugli investimenti su larga scala nelle infrastrutture e alla rinegoziazione dell’Accordo di libero scambio nord-americano (NAFTA). In ciascuno di questi casi, gli slogan superficiali della sua campagna si sono scontrati con la dura realtà del fare realmente politica.

In tutti questi ambiti Trump sta imparando che è legato dagli stessi vincoli che hanno portato l’amministrazione Obama a fare le scelte che ha fatto. Proprio come è successo ad Obama, il fattore del cambiamento si sta rivelando essere un fattore della continuità.

Gli Stati Uniti hanno delle rimostranze legittime nei confronti della Cina, come ad esempio rispetto alla proprietà intellettuale americana e alle esportazioni statunitensi di carne di manzo e del grano. Ma la sede adeguata per giudicare queste dispute è l’Organizzazione Mondiale per il Commercio ed è lì che l’amministrazione di Trump, proprio come quella di Obama, dovrà approdare.

L’amministrazione Trump potrebbe tuttavia bollare la Cina come manipolatrice di valuta, rimproverandola per aver mantenuto il tasso di cambio artificialmente basso. Potrebbe farlo ora oppure nel corso di quest’anno. Ma sarebbe un’accusa contraria ai fatti; il renminbi infatti ha attualmente una valutazione adeguata e la Cina è intervenuta per sostenere il tasso di cambio e non per indebolirlo ancora di più. All’interno della cintura industriale di Washington tuttavia la realtà è diversa e descrivere la Cina come manipolatrice può ancora attirare un presidente che dà valore al simbolismo proprio come fa Trump.

Ma poco importerebbe. Gli Stati Uniti dipendono infatti troppo dalla collaborazione con la Cina per rischiare di opporsi eccessivamente ai leader cinesi. Etichettare la Cina come manipolatrice di valuta sarebbe l’equivalente in termini di politica economica di lanciare 59 missili su una base aerea isolata in Siria, ovvero molto rumore per nulla.

Traduzione di Marzia Pecorari