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La delicata aritmetica del piano d’azione per il clima

MILANO – Il cambiamento climatico è stato sotto i riflettori del World Economic Forum (WEF) svoltosi lo scorso mese a Davos, in Svizzera. In particolare, i partecipanti più giovani hanno sottolineato la sfida che li attende, e la giovane attivista Greta Thunberg ha tenuto un appassionato discorso sull’argomento. Ma non sono stati i soli: per la prima volta nella storia, le questioni climatiche hanno dominato le prime cinque posizioni del Global Risks Perception Survey (WEF).

Il ritrovato senso di urgenza sul cambiamento climatico arriva in un momento in cui il mondo imprenditoriale mostra un maggior impegno nel voler passare a un modello di governance incentrato su più stakeholder – una transizione che permetterebbe di fare business in modo più sensibile rispetto alla questione climatica. La sfida di un’economia globale sostenibile resta monumentale.

Ogni anno, il mondo emette oltre 36 miliardi di tonnellate – ovvero 36 gigatonnellate (Gt) – di diossido di carbonio. Ossia all’incirca 2,5 volte ciò che gli scienziati del clima considerano un livello “sicuro” di emissioni: nel cercare di non far salire le temperature globali medie oltre l’1,5° Celsius sopra i livelli pre-industriali – la soglia oltre cui gli impatti del cambiamento climatico si intensificherebbero in modo significativo – dovremmo emettere solo 14 Gt l’anno nei prossimi due decenni. Che si traduce in due tonnellate a persona ogni anno – un valore nettamente inferiore al tasso attuale, soprattutto nel mondo sviluppato.

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