trump xi jinping g20 argentina SAUL LOEB/AFP/Getty Images

Le pratiche commerciali della Cina sono davvero sleali?

BRUXELLES – La tregua temporanea raggiunta tra il Presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping all’incontro del G20 appena conclusosi a Buenos Aires dovrebbe garantire un po’ di tempo a entrambe le parti per riflettere sulle problematiche in questione. Tra queste il principale quesito è se le proteste da parte dell’America contro la Cina, condivise da molte economie avanzate, sono giustificate.

Di certo, le misure statunitensi unilaterali sono indifendibili nell’ambito delle norme globali che regolano il commercio. Ma è possibile ipotizzare che alcuni contraccolpi possano essere ammessi qualora le economie avanzate (che hanno già creato il gruppo di contatto informale dei “China losers (perdenti contro la Cina)” tra cui ci sono rappresentanti dell’Unione europea, del Giappone e degli Stati Uniti) dovessero aver ragione nell’affermare che la Cina sta adottando delle pratiche commerciali sleali.

Per gli Stati Uniti, la preoccupazione più grande sembra essere il cosiddetto trasferimento forzato delle tecnologie, ovvero il requisito in base al quale le aziende straniere devono condividere la proprietà intellettuale con un “partner” a livello nazionale per avere accesso al mercato cinese. Ma, nella migliore delle ipotesi, questa è in realtà una descrizione impropria in quanto le aziende che non vogliono condividere la propria tecnologia possono sempre decidere di non investire in Cina.

Le proteste dell’Europa, o più specificatamente di più di 1.600 aziende europee, sono sintetizzate in un nuovo rapporto pubblicato dalla Camera di Commercio dell’Unione europea in Cina. Tuttavia, tra queste lamentele sono poche quelle che riguardano le pratiche commerciali cinesi di per sé, per lo meno in senso stretto.

Le tariffe, ad esempio, non vengono citate. Con l’accesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, la Cina ha dovuto dimezzare le protezioni sulle sue tariffe. Negli anni successivi, il tasso medio delle tariffe applicate dalla Cina ha continuato a diminuire ed è ora pari a meno del 4%, anche se il paese continua a mantenere inusualmente un numero elevato di picchi tariffari (ovvero, tariffe elevate per categorie molto limitate di prodotti).

Ovviamente le tariffe non sono l’unico modo per creare ostacoli al commercio. Inoltre, è pur vero che le tariffe rappresentano per molti versi un problema del passato, sebbene Trump le stia rispolverando come arma per la sua guerra commerciale. Ma anche in relazione alle barriere non tariffarie, i record della Cina non sembrano evidenziare le problematiche che vengono invece sottolineate.  

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Ovviamente, è difficile misurare l’impatto complessivo delle barriere non tariffarie sul commercio in quanto possono avere diverse forme. Ma secondo l’osservatorio indipendente Global Trade Alert, a partire dal 2008 la Cina ha introdotto in media solo 25 misure (denominate “interventi di Stato”) su base annuale che possono limitare il commercio con gli USA.

Nello stesso periodo, la Cina ha tuttavia anche adottato un numero simile di nuove misure volte a liberalizzare il commercio con gli USA. Di fatto quindi la Cina non è diventata più protezionista nei confronti degli Stati Uniti, ma al contrario. Infatti il processo di apertura continua anche se in modo rallentato. Per contro, gli Stati Uniti hanno adottato tra le 80 e le 100 misure restrittive contro la Cina su base annuale e molte meno misure volte alla liberalizzazione.

Ci sono altri indicatori che confermano il graduale spostamento della Cina verso la liberalizzazione. E’ così anche per gli investimenti stranieri; una questione rispetto alla quale sia gli USA che l’Unione europea protestano. Anche se la Cina rimane molto meno aperta agli investimenti stranieri diretti rispetto alla maggior parte delle economie avanzate, l’indice composito dell’OCSE indica in realtà un miglioramento costante, seppur lento.

In poche parole, anche se le barriere non tariffarie cinesi (sia formali che informali) rimangono elevate, sono comunque più basse rispetto al passato. Quindi perché gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone stanno respingendo la politica commerciale della Cina proprio adesso?

La motivazione è l’aumento della competitività dei produttori cinesi. Quando le aziende occidentali avevano raggiunto il quasi monopolio del know-how e della tecnologia, il vantaggio competitivo compensava di molto le distorsioni create dalle barriere cinesi al commercio e agli investimenti. Ma con l’aumento della competitività da parte delle aziende cinesi, la capacità dei paesi occidentali di sostenere i costi extra legati alle barriere non tariffarie è diminuita.

Pertanto le proteste rispetto alle eventuali pratiche commerciali sleali da parte della Cina sono in realtà proteste per la discrepanza tra la lentezza del processo di apertura economico e la rapidità del processo di modernizzazione. Il divario di competitività tra la Cina e i paesi dell’OCSE si sta infatti chiudendo in tempi più rapidi rispetto al processo di adeguamento nell’ambito normativo.

Infatti, il PIL pro capite, e quindi la produttività, in diverse province cinesi con una popolazione complessiva superiore a 100 milioni è simile a quello dei paesi avanzati (ovvero pari a circa 30.000 dollari pro capite in termini di parità di potere d’acquisto). Ovviamente, la media nazionale è molto più bassa (circa la metà), in quanto la produttività complessiva è maggiormente ridotta e le autorità cinesi devono calibrare le politiche per tutto il vasto territorio della Cina. Ma per il mondo esterno contano le regioni ad alta produttività

Se vogliamo evitare un’ulteriore escalation di tensioni, l’Occidente e la Cina dovrebbero riconoscere l’uno la prospettiva dell’altro. Inoltre, le pressioni dei paesi stranieri avranno comunque un effetto limitato sull’enorme e potente economia della Cina. La vera questione per la Cina è quindi a livello nazionale e riguarda l’utilità eventuale di una strategia che continui a portare avanti le distorsioni e le barriere agli investimenti ai fini dello sviluppo delle province arretrate del paese.

In passato, forse, aveva senso proteggere le industrie emergenti nelle regioni costiere dalla competizione straniera. Oggi, tuttavia, il regime protezionista della Cina non aiuta molto le industrie emergenti nella parte interna più povera in quanto i competitor principali non sono più le aziende straniere, ma bensì le aziende dell’area costiera più dinamica. Ciò comporta necessariamente una revisione della strategia di sviluppo da parte della Cina, ma per perseguirla l’ultima cosa di cui i legislatori hanno bisogno è una continua guerra commerciale.

Traduzione di Marzia Pecorari

http://prosyn.org/QHVLUfm/it;

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