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La patologia della leadership britannica

LONDRA – Sembra che ormai una leadership politica che abbia un’etica scarseggi un po’ in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Turchia per arrivare alle Filippine. Ma il momento forse più eclatante di scorrettezza da parte della leadership si è vista nel Regno Unito dove il referendum sulla Brexit e il periodo successivo al voto hanno provocato più instabilità di quanto il paese abbia sperimentato in un classico decennio.

Dopo solo le prime due settimane dal voto, il Primo Ministro David Cameron, che ha lanciato il referendum, ha dato le dimissioni ed il suo successore, Theresa May, ha nominato un nuovo governo. Sebbene alcuni sostenitori della Brexit, tra cui il più noto è l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, siano ora nel governo, nessuno tra coloro che hanno sostenuto la campagna a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE sembra alla fin fine essere responsabile di averla sostenuta. La stessa May era a favore della permanenza nell’Unione europea.

Erdogan

Whither Turkey?

Sinan Ülgen engages the views of Carl Bildt, Dani Rodrik, Marietje Schaake, and others on the future of one of the world’s most strategically important countries in the aftermath of July’s failed coup.

Nel frattempo, il partito laburista all’opposizione è entrato nel caos. Quasi tutti i rappresentanti del governo ombra si sono dimessi avendo perso fiducia nel lader del partito Jeremy Corbyn e gli sforzi volti a contrastarlo sono stati particolarmente duri. Dei sostenitori di Corbyn hanno infatti persino tirato un mattone contro la finestra dell’ufficio del collegio elettorale di uno dei suoi rivali.

Ma i tumulti post referendum si sono rivelati ancora più gravi. Il numero di crimini di odio riportati dopo il referendum è infatti aumentato del 500% in un contesto di peggioramento del clima di incertezza sociale, politica ed economica e di scontento. A seguito dell’annuncio dei risultati del voto più di 100 miliardi di sterline (pari a 131 miliardi di dollari) sono andati persi nell’indice azionario FTSE 100 nei primi 10 minuti di trading, mentre la sterlina è crollata al valore più basso degli ultimi 35 anni rispetto al dollaro.

Una delle lezioni più eclatanti del caso britannico (e di molti altri) è che gli sforzi promettenti per rendere i leader delle aziende responsabili delle loro azioni e per garantire che le aziende mantengano un comportamento etico non sono stati applicati ai nostri sistemi politici. I nostri leader eletti, spesso tra i primi a chiedere delle strategie sane, una pianificazione della successione e la responsabilità nel settore privato, non hanno messo in pratica ciò che da sempre predicano.

Noi tuttavia ci aspettiamo che i leader pianifichino la certezza dell’incertezza e che gestiscano i rischi in modo adeguato. L’anno scorso sia le grandi che le piccole aziende nel Regno Unito, in altri paesi dell’UE e altrove nel mondo hanno tenuto una serie infinita di incontri e di sessioni di pianificazione ad alto livello per prepararsi al voto sulla Brexit. Una volta arrivati i risultati è sembrato però che le uniche persone che non avessero pianificato una vittoria della campagna per l’uscita del Regno Unito dall’UE fosse proprio chi l’aveva guidata. In effetti, in base ad una relazione recente da parte della Commissione parlamentare per gli affari esteri, la decisione di Cameron “di non dare istruzioni ai dipartimenti chiave, compreso il Ministero Affari Esteri, rispetto ad una pianificazione in caso di vittoria del voto a favore dell’uscita del paese dall’UE è stata un’enorme negligenza.”

L’unico leader politico britannico che si è fatto avanti rapidamente con una strategia chiara e decisiva è stato il Primo Ministro della Scozia, Nicola Sturgeon, con la proposta di un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia e della riadesione all’UE.

Inoltre è stato un canadese non eletto, Mark Carney, il governatore della Banca d’Inghilterra, che ha aiutato a mantenere i mercati calmi con le sue autorevoli rassicurazioni. Nel 2015 Carney è stato attaccato per aver istituito una Commissione volta a pianificare l’eventuale uscita del Regno Unito dall’UE. All’inizio di luglio è stato chiamato a testimoniare dinanzi alla Commissione parlamentare del Tesoro con l’accusa di aver sostenuto la permanenza del paese nell’UE nel periodo precedente al referendum semplicemente perché aveva presentato una valutazione cupa (e d’altra parte accurata) delle conseguenze economiche di un’eventuale vittoria dell’uscita dall’UE.

Quando Nigel Farage, uno dei leader più estremi e veementi della campagna a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE, ha deciso di dimettersi da leader del suo partito, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito, il 4 luglio ha pronunciato le seguenti parole: “Rivoglio la mia vita”. Se queste parole vi sembrano familiari è perché Tony Hayward, al tempo Amministratore Delegato della BP, ha utilizzato la stessa frase parlando dell’impatto (su di lui) della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico nel 2010.

Quando Hayward pronunciò questa frase la condanna fu rapidissima. Le sue parole trasmisero una mancanza totale di empatia per le persone che erano state realmente toccate dall’incidente della fuoriuscita del petrolio. Allo stesso modo, Farage, avendo spinto il Regno Unito verso un vero e proprio disastro, se ne è andato serenamente una volta ottenuto il risultato. Per quanto sia mortificante assistere alla nomina di Johnson come Ministro degli esteri dato il suo passato di bugie, dichiarazioni xenofobe e offese nei confronti degli altri leader mondiali, almeno dovrà convivere pubblicamente con la vergogna della catastrofe del Regno Unito.

Il problema ancor più grande nel Regno Unito è che non c’è alternativa. Il Partito laburista è troppo diviso al suo interno per andare al potere. Se Corbyn fosse un Amministratore delegato che ha perso la fiducia di tutto il suo team esecutivo e del Consiglio d’amministrazione sarebbe costretto a dimettersi o verrebbe licenziato. Se un AD non è in grado di avere il rispetto del suo team non può infatti gestire l’azienda con successo anche se la maggior parte dei dipendenti pensano che sia bravo. Lo stesso vale per i partiti politici, ma dato che nel loro caso ci vuole più tempo affinché agiscano, finiscono per provocare il fallimento della loro impresa, in questo caso il Regno Unito.

Il voto sulla Brexit ha tirato fuori il peggio dei leader britannici, con pochissime eccezioni. Se un Amministratore delegato mentisse ai propri investitori e ai consumatori tanto quanto Farage, Johnson e Michael Gove hanno mentito agli elettori britannici, le conseguenze sarebbero rapide e dolorose sia da parte delle autorità di regolamentazione che da parte del mercato. Non potrebbero semplicemente dimettersi e andare avanti, tantomeno avere un ruolo nell’organizzazione (e di certo non un ruolo senior), ma verrebbero multati (o persino peggio) messi al bando professionalmente e mandati a casa.

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Quando i leader delle aziende rendono conto delle loro azioni in modo più efficiente dei nostri leader politici eletti, dovremmo preoccuparci per il futuro, e non solo nel Regno Unito. Se è successo qui, nella patria di Edmund Burke e Tony Benn, può davvero succedere ovunque.

Traduzione di Marzia Pecorari