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La Brexit e i conti con la sterlina

BERKELEY – I primi effetti della Brexit sono sotto gli occhi di tutti e al contrario di quello che affermano alcuni, non sono positivi. A luglio, dopo il referendum, la fiducia dei consumatori è crollata ai livelli più bassi dal 1990. I dati sul settore manifatturiero e delle costruzioni sono scesi vertiginosamente. Anche se i dati di agosto sono andati meglio, è troppo presto dire se il miglioramento era solo un “rimbalzo del gatto morto”.

In questo mondo confusionario post-referendum, l’unica buona notizia è il calo della sterlina sul mercato Forex. Un tasso di cambio più basso renderà le esportazioni britanniche più competitive. Di fronte a prezzi di importazione più alti, i consumatori sposteranno la loro spesa verso i beni nazionali. Anche questo spingerà l’economia britannica.

La questione è quanto è grande la spinta. Gli scettici avvertono che la Gran Bretagna fa grande affidamento sulle esportazioni di servizi finanziari, che non sono particolarmente sensibili ai prezzi, e che lo scopo della crescita di esportazioni di merci è limitata dal rallentamento della domanda globale.

La Gran Bretagna ci era già passata, quindi la questione è come la storia può fare chiarezza su tutto ciò. Nel 1931, quando il Regno Unito ha abbandonato il gold standard, la sterlina ha assistito a un calo del 30%. Come oggi, il paese faceva affidamento in maniera massiccia sulle esportazioni di servizi – non solo servizi bancari ma anche spedizioni e assicurazioni. E l’ambiente esterno era anche più sfavorevole di oggi.