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L’ansia di riforma della Cina

PECHINO – Dal 2010 i circoli finanziari globali sono ossessionati dal rallentamento economico della Cina. Mentre il Paese ha da poco soddisfatto il target ufficiale del 7,5% per la crescita annua del Pil nel secondo trimestre di quest’anno – generando non poca ansia in tutto il mondo – il governo cinese sembra apparentemente calmo e non dà alcun indicazione in merito al progetto di lanciare un altro pacchetto di stimoli. I leader cinesi hanno davvero la situazione sotto controllo?

Di fatto, la posizione del governo cinese – sulla base della “Liconomia” del premier Li Keqiang, che dà priorità alla riforma strutturale rispetto a una rapida crescita del Pil – si rivelerà nel miglior interesse della Cina e del resto del mondo. I problemi strutturali della Cina – tra cui le restrizioni sulla mobilità del lavoro, un sistema finanziario rigido e carico di rischi e l’eccessivo ricorso agli investimenti statali – ne stanno minacciando la stabilità e lo sviluppo economico. Tenuto conto che il rapido tasso di crescita del Pil cinese resta notevole rispetto al resto del mondo, la necessità di dare enfasi alla riforma strutturale è chiara.

Malgrado le dichiarazioni ben intenzionate e i piccoli passi avanti, la nuova leadership cinese deve però stabilire ancora un concreto e ardito piano di riforma che sia in grado di risolvere i profondi problemi dell’economia cinese.

Lo scorso febbraio, ad esempio, il Consiglio di stato ha annunciato i piani per riformare l’hukou (il sistema di registrazione dei nuclei familiari), che assegna la residenza legale in base al luogo di nascita della persona. Il sistema rende molto difficile la rilocalizzazione, poiché coloro che non sono in grado di acquisire i permessi di residenza locale devono far fronte agli enormi ostacoli per avere accesso ai servizi pubblici quando migrano in altre province. Ai loro figli viene addirittura vietato di fare gli esami per l’ingresso al college.