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Guerra e Pace Valutaria

WASHINGTON, DC – Gran parte del clamore che circondava l’incontro del mese scorso, a Mosca, dei ministri delle finanze del G-20 e dei banchieri centrali era dedicata alle cosiddette “guerre valutarie”, che alcuni dirigenti di paesi in via di sviluppo hanno accusato i paesi avanzati di combattere mediante politiche monetarie non convenzionali. Ma si è ampiamente trascurata un’altra questione cruciale – quella del finanziamento degli investimenti a lungo termine-, anche se alla fine per avere una politica monetaria non convenzionale sarà necessario che nell’economia globale vi sia il rilancio o la creazione di nuove attività e passività proprio nel lungo termine.

Il crollo di Lehman Brothers del 2008 ha determinato un rialzo dei premi di rischio e scatenato il panico sui mercati finanziari, indebolendo le titoli azionari negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, e minacciando di provocare una stretta creditizia. Al fine di evitare che le azioni venissero svendute – cosa che avrebbero portato ad un turbolento disfacimento dei bilanci del settore privato, magari innescando una nuova “Grande Depressione”, o addirittura facendo crollare la zona euro – le banche centrali dei paesi avanzati hanno cominciato ad acquistare poste azionarie rischiose e ad aumentare i prestiti agli istituti finanziari, ampliando così l’offerta di moneta.

Sebbene i timori di un crollo si siano dissipati, queste politiche sono state mantenute o estese, in ragione secondo i politici della fragilità della ripresa economica in atto e dell’assenza di altre leve strategiche ugualmente forti - come la politica fiscale o le riforme strutturali –, in grado di sostituire abbastanza in fretta la politica monetaria.

Ma i molti anni di politica monetaria ultra-espansiva dei paesi avanzati hanno comportato degli spillover sulla liquidità degli altri paesi, imponendo un’eccessiva pressione al rialzo sulle valute ad alto rendimento delle economie in via di sviluppo. Alla luce delle difficoltà incontrate da quei paesi nello scoraggiare il massiccio afflusso di capitali o nell’attenuarne gli effetti - a causa dei vincoli economici, come gli alti livelli di inflazione, o per ragioni di politica interna - ha avuto una grande risonanza la metafora della “guerra valutaria”, coniata nel 2010 dal ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega.