Travisare il riequilibrio cinese

NEW HAVEN – La “punditocracy”, ovvero la classe degli opinionisti, ha ancora una volta ceduto alla sindrome da "crollo cinese”, una malattia che sembra colpire ciclicamente i commentatori economici e politici. Poco contano i ripetuti falsi allarmi degli ultimi vent’anni, il coro degli scettici sostiene che stavolta è diverso.

L'economia cinese ha rallentato, questo è indubbio. Se l'Occidente martoriato dalla crisi può solo sognare di uguagliare un tasso di crescita annua del Pil come quello cinese – che l’Ufficio nazionale di statistica indica al 7,5% per il secondo trimestre del 2013 – di certo la crescita del Paese ha registrato un rallentamento sensibile rispetto ai livelli del 1980-2010, quando era al 10%.

Ma non è solo il rallentamento a fomentare gli scettici, bensì anche il debito eccessivo e la relativa fragilità del sistema bancario, il rischio di scoppio della bolla immobiliare e, più importante ancora, la presunta mancanza di progressi rilevanti in materia di riequilibrio economico – il tanto atteso passaggio da un modello di crescita sbilenco, basato sulle esportazioni e sugli investimenti, a un altro basato sui consumi privati interni.

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