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L’Effetto Placebo del QE

BRUXELLES – È trascorso quasi un anno e mezzo da quando la Banca Centrale Europea ha dichiarato l’intenzione di acquistare obbligazioni della zona euro del valore di circa 1.100 miliardi di euro (1.300 miliardi di dollari). Quando, nel mese di gennaio, è stato annunciato il cosiddetto “programma esteso di acquisto di asset”, la BCE ha sottolineato che era solo l’espansione di un programma presistente, in base al quale venivano acquisite modeste quantità di obbligazioni del settore privato, per coprire titoli di Stato. Ma questo pretesto di continuità è stato proprio un pretesto.

In realtà, con l’acquisto di grandi volumi di titoli di stato, la BCE stava attraversando il Rubicone; in definitiva, queste operazioni sono esplicitamente vietate da parte dei governi gestori. La giustificazione avanzata dalla BCE consisteva nel fatto che tale programma era l’unico modo per innalzare l’inflazione più vicino al suo obiettivo di circa il 2%. Inoltre, essa sottolineava di stare semplicemente seguendo l’esempio delle altre principali banche centrali, compresa la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone, e in particolare la Federal Reserve statunitense, il cui programma di quantitative easing (QE) ha comportato l’acquisto di titoli a lungo termine del valore di più di 2.000 miliardi dollari dal 2008 al 2012.

A parte l’incertezza giuridica, se la decisione della BCE di perseguire il QE possa alla fine essere giustificata, dipende dal suo impatto. Ma, dopo sei mesi, quell’impatto rimane difficile da valutare.

Una delle ragioni di questo consiste nel fatto che i tassi di interesse a lungo termine sono influenzati non solo dagli acquisti di obbligazioni reali, ma anche dalle aspettative dei mercati finanziari circa la futura politica monetaria. Infatti, proprio il giorno dopo che la BCE ha fatto il suo annuncio - e settimane prima che cominciassero gli acquisti - i tassi di interesse sono diminuiti di una frazione di punto percentuale in tutta la zona euro.