Matteo Salvini speaks at the annual Northern League Meeting Pier Marco Tacca/Getty Images

L’Euro dei Populisti

BERKELEY – La maggioranza degli Italiani vuole due cose: una nuova leadership politica e l’euro. La domanda è se è possibile averle entrambe.

Il punto sulla nuova leadership è incontrovertibile. I due partiti populisti di governo del paese, la Lega e il Movimento Cinque Stelle (M5S), insieme hanno ottenuto il 50% dei voti nelle elezioni politiche generali del 4 marzo e, di conseguenza, hanno la maggioranza in entrambe le camere del parlamento. Tale maggioranza può essere esigua, ma le elezioni, in cui i principali partiti di centro-destra e centro-sinistra hanno guadagnato solo il 33%, sono state un clamoroso ripudio dello status quo.

Il secondo punto è meno noto, ma anche meno controverso: recenti sondaggi dimostrano che il 60 -72% degli Italiani è favorevole all’euro. Alcuni credono che la moneta unica salvaguardi i loro risparmi, mentre altri la considerano un emblema dello status dell’Italia quale membro fondatore dell’Unione Europea. Ma seppure i motivi sono diversi, il bilancio dell’opinione pubblica non lo è.

Adeguandosi a questa realtà, i partner della coalizione oggi hanno rinunciato all’idea di abbandonare l’euro, cancellando tale possibilità dal loro “contratto” e dai rispettivi siti web. A Paolo Savona, irriducibile avversario dell’euro, è stato negato il ministero delle finanze. Ma si è anche impedito che a prendere le redini del potere fosse Carlo Cottarelli, la cui proposta di nomina a capo di un governo tecnocratico avrebbe delegittimato la volontà di voto della maggioranza degli elettori. Correttamente, dato il risultato elettorale, adesso gli Italiani hanno il loro governo populista ed anche l’euro.

Mantenerli sarà un’altra questione. Se le misure iniziali del nuovo governo non riuscissero a generare crescita economica, esso perderebbe il sostegno popolare. In preda alla disperazione e alla rabbia, i suoi leader potrebbero ricorrere a politiche ancora più estreme. Anche il sostegno all’euro si indebolirebbe, perché il governo e i suoi sostenitori incolperebbero l’UE e la sua conquista più evidente, l’euro, di vanificare i loro piani migliori.

In effetti, non è difficile immaginare che se la coalizione procedesse con i suoi ambiziosi piani fiscali, istituendo sia una flat tax, come propone la Lega, sia un reddito di base universale (UBI), come sostiene il M5S, potrebbe far saltare il deficit di bilancio. La coalizione sarebbe quindi sanzionata dalla Commissione Europea, ritenuta inammissibile al sostegno finanziario della Banca Centrale Europea, e destinata a sperimentare la fuga di capitali. L’Italia potrebbe trovarsi rapidamente fuori dall’eurozona e isolata dai controlli sul capitale, indipendentemente dal fatto che il governo intendesse raggiungere tale esito.

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In effetti, le argomentazioni a favore di incentivi fiscali misurati sono valide – non solo quelli del tipo a cui si riferiscono la Lega e il M5S. Un’economia nelle condizioni dell’Italia ha bisogno di “politiche a due mani”: riforme dal lato dell’offerta dei mercati del lavoro e dei prodotti per aumentare produttività e competitività internazionale, accompagnate da incentivi alla domanda per evitare che le incertezze delle riforme e il clamore politico che le accompagna scoraggino la spesa. Sebbene l’Italia abbia un pesante onere debitorio, il paese ha anche uno spazio di manovra fiscale minimo, dati i bassi tassi di interesse e un avanzo di bilancio primario.

Ma se il governo utilizzerà questo spazio per far ripartire la crescita è molto in dubbio. La flat tax della Lega gioverebbe principalmente ai ricchi, che hanno una propensione relativamente bassa a spendere, e aggraverebbe le proteste sulle disuguaglianze. E, date le sue terribili implicazioni fiscali, il reddito di cittadinanza proposto da M5S innescherebbe una forte reazione da parte dei mercati finanziari.

Un approccio migliore sarebbe quello di tagliare le imposte su stipendi e sicurezza sociale, riducendo così il terzo cuneo fiscale più alto dell’OCSE. Questo dovrebbe convincere gli elettori del M5S, che vedrebbero buste paga più grandi. Nella misura in cui i beneficiari spenderanno la quota aggiuntiva di salario, i tagli fiscali stimoleranno domanda e crescita.

Ma queste sono anche riforme dal lato dell’offerta, perché riducono il costo del lavoro e, facendo entrare le persone nel mondo del lavoro, facilitano la trasmissione di competenze che aumentano la produttività. Tali riforme dovrebbero piacere anche alla Lega, in quanto gli imprenditori che sostengono il leader del partito, Matteo Salvini, beneficerebbero di una riduzione dei costi e di una maggiore competitività.

La Commissione Europea consentirà al governo italiano di superare il suo target di disavanzo obbligatorio? La Commissione è preoccupata, come sempre, di stabilire un precedente pericoloso. Ma dovrebbe rendersi conto che ostacolare il nuovo governo ad ogni passo potrebbe finire per rendere le autorità italiane più intransigenti. Se l’alternativa a un disavanzo di bilancio modestamente più grande, insieme alle riforme dal lato dell’offerta, è un budget “senza freni”, un conflitto aperto con l’UE ed una massiccia fuga di capitali, allora la Commissione farebbe bene a pensarci due volte.

Il punto di vista delle istituzioni europee di Bruxelles è che, una volta sanzionato dalla Commissione e dai mercati finanziari, il nuovo governo italiano cambierà rotta, abbandonando le sue ambizioni fiscali per evitare la catastrofe. Ma il punto di vista di Roma è che il nuovo governo ha dietro gli elettori e che l’Italia è troppo grande per andare in default, quindi saranno la Commissione e gli altri stati membri a cedere.

In America, c’è un nome per questa situazione. Si chiama “game of chicken”: due macchine si lanciano l’una verso l’altra a tutta velocità; l’autista che sterza per primo è il “pollo”. È un gioco che non finisce sempre bene.

http://prosyn.org/7F6Gned/it;

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