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L’Europa e la primavera araba

PARIGI – Nel 1989 il muro che separava le due metà d’Europa crollò improvvisamente. Nel giro di pochi mesi, un ordine fino ad allora apparentemente immutabile lasciò il passo a commozione e ansia. All’inizio i vecchi paesi d’Europa erano paralizzati, intimoriti dall’ignoto e preoccupati per l’immigrazione, poi colsero appieno l’opportunità che la storia offriva loro.

L’Europa attuò programmi di assistenza finanziaria e tecnica, aprì negoziati commerciali e promise un allargamento ad est dell’Unione europea, che alla fine portò alla libera circolazione dei lavoratori oltre l’ex cortina di ferro. Da allora sono passati due decenni. Gli sforzi si sono rivelati un successo straordinario. La transizione economica e politica dell’Europa orientale ex-comunista è stata rapida e profonda e, a parte la drammatica eccezione della Jugoslavia, è stata condotta in modo pacifico, consentendo così una forte performance economica.

Potrebbe ripetersi una simile storia (ovviamente non identica) nel bacino meridionale del Mediterraneo? È la domanda cruciale che ci si pone in questa “primavera araba”.

I 500 milioni di abitanti dell’Unione europea hanno 170 milioni di vicini tra Agadir (Marocco) nella parte occidentale del Nord Africa e Port Said (Egitto) nella parte orientale, che attendono sulla soglia di casa dell’Europa e scrutano con bramosia la sua prosperità e democrazia. In Tunisia e in Egitto, hanno dimostrato la propria determinazione nel voler rovesciare i regimi che molti in occidente hanno visto come garanti di stabilità. Non stanno chiedendo altro che poter investire le proprie energie nella ripresa dei rispettivi paesi. Tuttavia, a meno che non vi sia una ragione per credere nell’arrivo di un miglioramento, l’attuale grido di libertà potrebbe trasformarsi in grido di disperazione, con tutti i rischi del caso.