22

I lemming del quantitative easing

NEW HAVEN – Come era prevedibile, anche la Banca centrale europea si è unita alle principali autorità monetarie nel più grande esperimento della storia delle banche centrali. Ormai lo schema è più che familiare. Le banche centrali riducono il tasso convenzionale fino al temuto “zero”, poi di fronte ad una protratta debolezza economica e con l’esaurimento di tutti gli strumenti convenzionali, abbracciano l’approccio non convenzionale del quantitative easing (QE).

La teoria che si nasconde dietro a questa strategia è semplice: nell’impossibilità di ridurre ulteriormente il prezzo del credito, si sposta l’attenzione sull’aumento della quantità del credito. L’argomentazione implicita è che lo spostamento dalle modifiche sul prezzo alla quantità è pari all’equivalente funzionale di un’ulteriore implementazione del quantitative easing. Si dice, infatti, che anche ad un tasso di interessi nominale pari a zero, le banche centrali continuino ad avere delle armi a disposizione nel proprio arsenale.

Ma questi strumenti sono realmente in grado di raggiungere l’obiettivo? Per la BCE e la Banca del Giappone, che hanno di fronte dei rischi significativi di perdita rispetto alle loro economie e al livello del prezzo aggregato, questa domanda è del tutto pertinente. Per gli Stati Uniti, dove le recenti conseguenze del quantitative easing devono ancora palesarsi, la risposta è altrettanto consequenziale.

L’impatto della politica del quantitative easing si basa sulle tre T della politica monetaria: trasmissione (ovvero i canali attraverso i quali la politica monetaria ha un impatto sull’economia reale), trazione (la capacità di risposta delle economie alle strategie politiche), e coerenza della tempistica (l’incrollabile certezza della promessa da parte delle autorità di raggiungere dei target specifici come l’occupazione piena e la stabilità dei prezzi). Nonostante la reazione positiva dei mercati finanziari al quantitative easing, per non parlare dell’autocompiacimento della Federal Reserve negli Stati Uniti, l’analisi basata su queste tre T dovrebbe far riflettere la BCE.