4

La vita nella città di Uber

LONDRA – Mais oui! Come sa qualunque studente francese di quinta elementare, Internet è stato inventato a Parigi. Si chiamava Minitel, abbreviazione di Médium interactif par numérisation d’information téléphonique, una rete di quasi nove milioni di terminali che consentiva alle persone e alle organizzazioni di connettersi le une alle altre e di scambiare informazioni in tempi reali. Minitel ha registrato un boom durante gli anni 80 e 90, poiché sfornava una serie di app online che anticipavano la frenesia globale dot-com. Poi subì un lento calo fino alla totale disattivazione dopo l’affermarsi del dominio globale del “vero” Internet.

Sia Minitel che Internet si basavano sulla creazione delle reti di informazioni digitali. Le loro strategie di implementazione, tuttavia, differivano enormemente. Minitel aveva un sistema top-down; un’importante azione di dispiegamento lanciata dal servizio postale francese e dall’operatore nazionale di telecomunicazioni. Funzionava bene, ma il suo potenziale di crescita e innovazione era necessariamente limitato dalla sua rigida architettura e dai protocolli brevettati.

Internet, invece, si è evoluto in modo bottom-up, riuscendo a sfuggire agli iniziali appelli di regolamentazione dei colossi delle telecomunicazioni. Alla fine è diventato lo strumento caotico e rivoluzionario che ha cambiato il mondo che conosciamo oggi (“un dono di Dio”, come lo ha recentemente chiamato Papa Francesco).

Oggi, un’altra rivoluzione tecnologica è alle porte. Le pervasive reti digitali stanno entrando nello spazio fisico, dando vita all’“Internet of Everything” – la rete vitale della “città intelligente”. E, ancora una volta, un corollario di modelli di implementazione sta emergendo in diversi parti del mondo.