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L’ascesa della democrazia demotica in Europa

LONDRA – Lo shock del voto britannico a favore dell’uscita dall'Unione europea non è stato ancora digerito, ma i leader europei devono già prepararsi per affrontare quello che seguirà. La Brexit, infatti, potrebbe essere solo la scossa iniziale che innescherà uno tsunami di referendum in Europa nei prossimi anni.

In tutta Europa ci sono 47 partiti ribelli che stanno sconvolgendo il panorama politico, ottenendo il controllo dell’agenda politica, modellandola in base ai propri interessi e conquistando sempre più potere. In un terzo degli stati membri dell’Ue, questi partiti fanno parte di governi di coalizione, e il loro successo ha spinto i partiti tradizionali ad adottare alcune delle loro posizioni.  

Sebbene questi partiti abbiano radici molto diverse, tutti hanno un elemento in comune, cioè la volontà di sbaragliare il consenso sulla politica estera che caratterizza l’Europa da decenni. Sono euroscettici, contrari alla Nato, vogliono chiudere le frontiere e porre fine al libero commercio. Stanno cambiando il volto della politica, sostituendo le tradizionali battaglie fra destra e sinistra con scontri che mettono a confronto il proprio rabbioso campanilismo con il cosmopolitismo delle élite che disprezzano.

L’arma preferita di questi partiti è il referendum, con il quale riescono a convogliare il sostegno popolare verso le questioni che più gli stanno a cuore. Secondo il Consiglio europeo sulle relazioni esterne, sono ben 32 i referendum attualmente richiesti in 18 paesi europei. Alcuni, come il partito popolare danese, vogliono seguire l’esempio del Regno Unito e mettere ai voti un’eventuale uscita dall’Unione europea. Altri vogliono fuggire dall’eurozona, bloccare il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) con gli Stati Uniti, o limitare la mobilità del lavoro.