Friday, October 31, 2014
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Il Default del Grande Governo

WASHINGTON, DC – La leadership repubblicana al Congresso è decisa a sfidare l’amministrazione Obama sul tetto del debito pubblico. Di solito ci si aspetta che i Repubblicani alla Camera chiudano un occhio in questa fase delle trattative, ma esiste una minoranza intransigente che effettivamente sembra prendere in considerazione l’idea di un default sul debito pubblico.

Tali esponenti – che ho avuto modo di conoscere recentemente durante tre sedute del Congresso – sono convinti che il governo americano sia eccessivamente importante rispetto all’economia, e che servano misure drastiche per riportarlo sotto controllo. A seconda del modo con cui si valuta l’influenza del “Tea Party” su Capitol Hill, un default almeno parziale del debito non sembra improbabile come lo è stato in passato – e i recenti ammonimenti delle agenzie di rating riflettono questo alto rischio.

Le conseguenze di qualsiasi default incrementerebbero paradossalmente le dimensioni del governo rispetto all’economia americana – proprio il risultato che i repubblicani intransigenti vorrebbero evitare.

La ragione è semplice: un default del governo distruggerebbe il sistema creditizio per come lo conosciamo noi. I fondamentali tassi di interesse di riferimento nei moderni mercati finanziari sono i cosiddetti tassi “risk-free” sui titoli di Stato. Rimuovere questo pilastro dal sistema – o creare un alto grado di rischio sui buoni del Tesoro americani – manderebbe in tilt molti contratti privati e ogni sorta di transazione.

D’altra parte, molte persone e aziende detengono il loro “rainy day money” (letteralmente “denaro per i giorni di pioggia”, ossia il denaro messo da parte per le emergenze) sottoforma di buoni del Tesoro americano. I fondi del mercato monetario, percepiti come i più sicuri, sono infatti quelli che detengono solo debito pubblico americano. Se il governo americano andrà in default, tuttavia, questi fondi scenderanno al di sotto dell’unità e non saranno in grado di mantenere il valore facciale del denaro messo a disposizione.

Ne risulterebbe una fuga di capitali – ma diretta dove? Molte banche dovrebbero fare i conti con un problema simile: i loro bilanci verrebbero distrutti da un collasso dei prezzi relativi ai titoli di Stato americani (che rappresenta una forza opposta all’incremento dei tassi di interesse, dal momento che i prezzi delle obbligazioni e i tassi di interesse si muovono in direzione opposta).

Non vi è azienda negli Usa che non sarebbe colpita da un default del governo – e non vi sarebbe banca o altra istituzione finanziaria in grado di fornire un porto sicuro per i risparmi. Si scatenerebbe una massiccia corsa agli sportelli, a livelli mai visti dalla Grande Depressione, con lunghissime code di risparmiatori che cercano di ritirare più risparmi possibili.

Inoltre, il credito privato scomparirebbe dal sistema economico americano, mettendo la Federal Reserve di fronte a una dura scelta. Potrebbe subentrare e fornire un’enorme quantità di credito direttamente alle famiglie e alle imprese (come fece Gosbank, la banca centrale dell’Unione Sovietica), oppure stare a guardare mentre il Pil scende del 20-30% – è questa la portata del declino a cui abbiamo assistito nelle moderne economie in seguito a un prosciugamento del credito.

Con il settore privato in caduta libera, i consumi e gli investimenti subirebbero un netto calo. L’abilità dell’America di esportare sarebbe altresì fortemente compromessa, dal momento che sarebbero coinvolti anche i mercati esteri e perché, in ogni caso, se le società di export non ottenessero credito, con tutta probabilità non farebbero produzione.

I Repubblicani hanno ragione su una cosa: un default causerebbe una contrazione della spesa governativa in termini reali. Ma chi registrerebbe il maggiore calo, la spesa pubblica o la portata del settore privato? La risposta è quasi certamente il settore privato, considerata la sua dipendenza dal credito per l’acquisto dei fattori produttivi. Basti considerare la contrazione che seguì al quasi-collasso del sistema finanziario del 2008 e moltiplicarlo per dieci.

Il governo, d’altro canto, ha accesso alla Fed, e potrebbe quindi mettere le mani sui soldi per pagare i salari. Se il tetto sul debito resta invariato, serve ad ogni modo un “trucchetto” legale. L’alternativa sarebbe chiaramente un collasso della sicurezza nazionale americana – ma i soldati e le guardie al confine devono essere pagati, il sistema dei trasporti deve funzionare e così via.

Emettere denaro in questa situazione sarebbe quasi certamente una mossa inflazionistica, ma la Fed potrebbe pensarla diversamente, dal momento che gli Usa non si sono mai trovati prima in questa situazione, il credito sta ora implodendo, e le disperate misure volte all’espansione del credito, attuate nel 2008, non sembrano così male come invece temono i critici.

Un default del debito americano avrebbe queste sembianze: il settore privato collasserebbe, la disoccupazione toccherebbe rapidamente il 20%, e il governo pur “scansandosi” resterebbe il datore di ultima istanza.

I Repubblicani alla Camera e al Senato che non intendono aumentare il tetto sul debito stanno giocando col fuoco. Sono a favore di una politica che avrebbe effetti terribili, e che sortirebbe esattamente l’effetto opposto a quello da essi desiderato, perché un default non farebbe altro che accrescere, e non diminuire, il ruolo del governo.

L’unica legge che il Congresso non può abrogare è la legge delle conseguenze involontarie.

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