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Terapia di Coppia per Stati Uniti e Cina

PECHINO – La Cina ha senza dubbio beneficiato del sistema mondiale creato e sostenuto dagli Stati Uniti. Infatti, il viaggio di Richard Nixon in Cina, del 1972,  ha aperto la porta al rientro della Cina nella comunità internazionale.

La maggior parte dei vent’anni seguenti sono stati una luna di miele per le relazioni sino-americane. Sul fronte economico, gli Stati Uniti non hanno concesso alla Cina soltanto lo status di paese privilegiato nei loro rapporti commerciali, ma ne hanno anche permesso l’approccio mercantilista al commercio ed alla finanza internazionale, in particolare hanno ammesso il suo regime a doppio tasso di cambio. Negli anni novanta, i legami economici bilaterali hanno continuato ad espandersi. Il sostegno americano all’integrazione della Cina nel sistema economico mondiale ha avuto il suo culmine con l’adesione del paese all’Organizzazione del Commercio Internazionale nel 2001. Da allora, le esportazioni cinesi sono cresciute di cinque volte.

Ovviamente, l’inadeguata protezione cinese dei diritti di proprietà intellettuale ha compromesso le relazioni tra i due paesi (un problema che può danneggiare più le imprese cinesi che quelle americane, in quanto scoraggia le società americane –e gli altri paesi avanzati- dal diffondere nuove tecnologie in Cina). Sia il ruolo delle imprese statali cinesi, che il sostegno ufficiale cinese ai “campioni nazionali” del settore tecnologico (società privilegiate che quasi certamente utilizzano i soldi del governo con noncuranza) hanno contribuito a compromettere le relazioni.

In effetti, l’approccio della Cina è simile al gioco d’azzardo contro le probabilità. Il successo delle innovazioni tecnologiche sono eventi casuali che seguono la legge dei grandi numeri. Se lasciate al libero mercato, molte imprese e molti individui cercano di innovare, in modo che la probabilità complessiva di successo può aumentare notevolmente. Il mercato permette alla legge dei grandi numeri di funzionare, mentre invece il sostegno pubblico ad un numero limitato di imprese privilegiate la indeboliscono.

Ma nessuno di questi problemi, e neppure il tasso di cambio, sono alla radice degli attuali squilibri mondiali. Si consideri il tasso di cambio. Il Regno Unito ha mantenuto l’avanzo delle partite correnti per tutto il secolo precedente alla Prima Guerra Mondiale, e gli Stati Uniti hanno fatto lo stesso per circa ottant’ anni, fino al 1980. Ma, a quanto pare, nessuno dei due paesi lo ha fatto manipolando il tasso di cambio.

Inoltre, le economie che hanno cercato di colmare il disavanzo estero con gli Stati Uniti, sostanzialmente dopo la Seconda Guerra Mondiale, in particolare la Germania, il Giappone, la Corea del Sud, Singapore e Taiwan, hanno gestito l’avanzo di bilancio per tutto il periodo della loro rapida crescita. Questo contraddice l’opinione diffusa tra gli economisti americani che i paesi in rapida crescita dovrebbero contrarre prestiti oggi, in cambio di quote maggiori dell’economia mondiale nel futuro.

Una spiegazione possibile è che la relazione tra il tasso di crescita del PIL a la situazione dei conti correnti di un paese non è lineare. Rispetto ai paesi con tassi di crescita molto lenti, i paesi con tassi di crescita mediamente elevati dovrebbero contrarre prestiti. Ma quando il tasso di crescita di un paese continua ad aumentare, il suo tasso di risparmio dovrebbe aumentare più rapidamente del tasso di investimento, cosicché è più probabile che si abbia un avanzo di bilancio.

Per paesi “in rimonta”, come la Cina, una rapida crescita è accompagnata spesso da un brusco cambiamento strutturale che sposta i fattori della produzione, in particolare il lavoro, da attività a bassa produttività verso settori produttivi con una produttività molto più alta. Questo va ad aggiungersi al surplus aumentando la redditività delle imprese.

La politica del tasso di cambio cinese è problematica non perché promuove le esportazioni, ma perché ha costretto il paese ad accumulare un enorme quantità di dispendiosa valuta estera. La riluttanza del governo cinese a permettere una più rapida rivalutazione del tasso di cambio può riflettere l’avversione del paese verso le grandi fluttuazioni imprevedibili, in particolare data la sua determinazione a fare dello yuan una valuta di riserva internazionale.

Mentre l’economia cinese è ostacolata da difficoltà strutturali, gli Stati Uniti non sono esenti da problemi analoghi. Francamente, sono sempre colpito dalla riluttanza degli economisti americani a discutere dei problemi strutturali che hanno determinato la crisi attuale, e che impediscono la ripresa dell’America. La maggior parte di loro sembra credere che la crisi sia l’esito di una cattiva politica monetaria e di una lassista regolamentazione del settore finanziario; alcuni addirittura danno la colpa al risparmio accumulato dai paesi asiatici, soprattutto dalla Cina.

Questo potrebbe essere vero per le cause immediate della crisi. Ma le origini della sua esplosione sono molto più profondamente radicate nella versione americana del capitalismo, che mira ad alti livelli di competizione, innovazione, rendimenti e compensazione. Anche se  questo modello ha, ovviamente, aiutato gli Stati Uniti a diventare l’ economia leader mondiale, ha pure comportato gravi problemi strutturali.

Ad esempio, per poter sostenere alti livelli di innovazione, gli Stati Uniti hanno mantenuto il mercato del lavoro più flessibile tra quelli esistente nelle economie mature. Ma questo non avviene senza costi. Le imprese spesso licenziano un intero dipartimento di scienziati per riconvertirsi su un nuovo prodotto, distruggendo non solo capitale umano, ma anche vite umane. Inoltre, un mercato del lavoro flessibile implica relazioni lavorative conflittuali, soprattutto se comparate q quelle dei paesi dell’Europa settentrionale. Questi paesi possono essere meno innovativi degli Stati Uniti, ma la loro economia e la loro società sono più resistenti.

Allo stesso tempo, il gioiello del capitalismo Americano, il settore finanziario, ha causato la crisi ed è alla base del disavanzo di bilancio degli Stati Uniti. A parte i paesi esportatori di petrolio, le nazioni che mantengono l’avanzo di bilancio, come la Cina, la Germania, il Giappone, hanno il settore industriale più forte in rapporto a quello finanziario, mentre presentano un rapporto inverso quei paesi che gestiscono un disavanzo con l’estero, come gli USA ed il Regno Unito.

Infine, è confermato che l’egemonia mondiale dell’America è tanto un peso quanto un onore: Il dollaro Americano conta per il 60% del commercio mondiale, e gli Stati Uniti detengono il più forte apparato militare del mondo, rendendo quel paese un paradiso sicuro per tutti gli investitori della terra. Ma, mentre i forti afflussi di capitali riducono i costi di finanziamento, tendono anche a provocare disavanzi di bilancio: costi più bassi dei capitali fanno aumentare i prezzi dei beni, con l’effetto ricchezza che spinge poi la gente a consumare più di quello che guadagna.

Le politiche adottate o discusse dai politici o studiosi americani al giorno d’oggi – operazioni di alleggerimento quantitativo, pacchetti di stimolo fiscale, riduzioni del disavanzo pubblico- cercano di curare i sintomi di un malessere più profondo. Come primo passo da compiere verso la ripresa, gli Stati Uniti dovrebbero realizzare una radicale riforma del settore finanziario.  Come messo in evidenza da Lenin, il capitalismo finanziario rappresenta la più alta forma di capitalismo – cioè, è la fine del capitalismo

L’ analisi di fondo di Lenin può essere sbagliata, ma oggi sappiamo che la sua conclusione può considerarsi corretta per un altro motivo: il capitalismo finanziario spinge i paesi verso un indebitamento insostenibile. Purtroppo,  nella migliore delle ipotesi, le riforme finanziarie in America sono state messe a punto solo a metà.

Per trent’anni,  la parola “riforma” è stata riservata alla parte cinese della relazione sino – americana. Si spera che gli Stati Uniti apprezzino sempre di più il suo suono.