PALO ALTO – Sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il dollaro statunitense è stato utilizzato come valuta per fatturare gran parte delle operazioni commerciali globali, come valuta intermediaria per autorizzare i pagamenti internazionali tra banche, e come principale riserva di valuta estera. Queste disposizioni sono state spesso criticate, ma esiste un’alternativa praticabile?
Il problema dell’Europa del secondo dopoguerra, impantanata nella depressione e nell’inflazione, era dato dal fatto che non aveva a disposizione riserve di valuta straniera, il che implicava costi di opportunità molto elevati nel commercio. Per facilitare le operazioni commerciali senza l’implicazione di un pagamento a seguito di ciascuna transazione, l’Organizzazione per la cooperazione economica europea creò nel 1950 l’Unione europea dei pagamenti. Con il sostegno di una linea di credito denominata in dollari, i 15 stati membri dell’Europa occidentale facenti parte dell’UEP stabilirono il valore esatto del tasso di cambio per poter ancorare il livello dei prezzi interni e rimuovere tutte le restrizioni legate alla valuta sul commercio intra-europeo. Questa mossa costituì il pilastro del programma di ripresa economica europea (il Piano Marshall) di grande successo, attraverso il quale gli Stati Uniti aiutarono a ricostruire le economie europee.
Oggi, la maggior parte delle economie in via di sviluppo, ad eccezione di qualche paese dell’Europa dell’est, continua ad ancorare le disposizioni macroeconomiche nazionali tramite la stabilizzazione dei tassi di cambio rispetto al dollaro, per lo meno ad intermittenza. Nel frattempo, al fine di evitare conflitti sui tassi di cambio, la Riserva Federale statunitense continua a tenersi fuori dai mercati valutari.
Ma il ruolo del dollaro quale valuta di ancoraggio internazionale sta iniziando a vacillare con la crescita dei mercati emergenti che sono sempre più frustrati dalla politica valutaria della Riserva Federale con interessi pari quasi a zero che hanno generato un enorme flusso in entrata di capitale statunitense. Questa politica ha, a sua volta, comportato un forte apprezzamento del tasso di cambio ed una perdita della competitività internazionale, che potrebbero essere evitati con un intervento di acquisto di dollari da parti delle banche centrali interessate.
E’ pur vero che, sin dalla fine del 2003, quando la Riserva Federale ha deciso di ridurre i tassi di interesse fino all’1% causando la bolla immobiliare statunitense, le riserve del dollaro nei mercati emergenti sono aumentate di sei volte arrivando a 7 trilioni di dollari nel 2011. L’espansione della base monetaria nei mercati emergenti risultante da questa politica ha portato ad un aumento dell’inflazione maggiore in questi paesi rispetto agli Stati Uniti, e ad una serie di bolle sui prezzi dei beni primari a livello globale, in particolar modo sul petrolio e sui prodotti alimentari di base.
Ma gli stessi Stati Uniti non sono soddisfatti del funzionamento del sistema dollaro. Mentre alcuni paesi possono infatti scegliere di intervenire al fine di stabilizzare i propri tassi di interesse rispetto alla principale valuta di riserva, gli Stati Uniti, per mantenere la congruenza dei parametri del tasso di cambio, non hanno la possibilità di intervenire e non dispongono inoltre di una propria politica relativa al tasso di cambio.
Inoltre, gli Stati Uniti contestano le politiche del tasso di cambio degli altri paesi. Vent’anni fa, hanno fatto pressione sul Giappone affinché rafforzasse lo yen rispetto al dollaro, sostenendo che le politiche faziose giapponesi sul tasso di cambio erano responsabili del crescente deficit commerciale bilaterale americano. Allo stesso modo, le critiche contro la Cina in America, che sono aumentate di pari passo con l’intensificarsi del contributo cinese al deficit commerciale americano, sono mirate a forzare le autorità cinesi a sostenere un apprezzamento del renminbi in tempi più rapidi.
E qui c’è il grande paradosso. Anche se a nessuno piace il sistema del dollaro, sia i governi che gli azionisti dei mercati privati continuano a considerarlo l’opzione migliore.
In effetti, i deficit commerciali sono innanzitutto il risultato di un risparmio (per la maggior parte pubblico) insufficiente, e non di un tasso di cambio mal allineato come gli economisti hanno fatto credere ai policymaker. Gli ampi disavanzi pubblici registrati dagli Stati Uniti durante la presidenza di Ronald Reagan ha portato ai famosi “deficit gemelli” e commerciali degli anni ’80. Ed è stato proprio questo contesto, e non la svalutazione dello yen, a generare il deficit bilaterale con il Giappone che è poi aumentato negli anni ’80 e ’90.
I deficit fiscali statunitensi del nuovo millennio, decisamente più consistenti, grazie ai presidenti George W Bush e Barack Obama, sono presagio di deficit commerciali ampi e indefiniti. Ciò nonostante, i policymaker americani continuano a dare la colpa alla Cina e alla politica di svalutazione che ha portato avanti nell’ultimo decennio.
L’argomentazione secondo cui la svalutazione del tasso di cambio comporterebbe una riduzione del surplus commerciale del paese è falsa in quanto, nelle economie integrate a livello globale, gli investimenti interni si riducono con un apprezzamento del tasso di cambio. Pertanto, i rancori che le critiche contro la Cina stanno generando non hanno alcun senso. Anzi, distolgono l’attenzione politica dall’enorme deficit fiscale dell’America ( 1,2 trilioni di dollari pari al 7,7% del PIL nel 2012) ed impediscono in tal modo qualsiasi sforzo mirato a contenere la spesa pubblica futura sui benefici statali come sanità e pensioni.
Alcuni sostengono che dei deficit fiscali consistenti non sarebbero rilevanti qualora gli Stati Uniti sfruttassero la loro posizione centrale, grazie al ruolo del dollaro come unità valutaria standard, ovvero qualora finanziassero il debito vendendo le obbligazioni del Tesoro alle banche centrali straniere ad un tasso di interesse pari quasi a zero. Tuttavia, i deficit commerciali americani nei confronti dei paesi più industrializzati, in particolar modo quelli asiatici, stanno accelerando il processo di de-industrializzazione negli Stati Uniti, e fomentando i protezionisti americani.
In effetti, il deficit commerciale americano nel settore manifatturiero è più o meno pari al deficit del suo conto corrente (l’entità dell’eccedenza degli investimenti interni rispetto al risparmio).Quindi chi ha perso il lavoro nel settore manifatturiero statunitense dovrebbe unirsi a chi spinge per una riduzione del deficit fiscale.
Ma si possono giustificare i deficit fiscali statunitensi e dei tassi di interesse pari quasi a zero in quanto sostengono il ripristino della crescita economica interna e la creazione di posti di lavoro? Cinque anni dopo la contrazione del credito del 2007-2008 sembra chela risposta sia no. E, anche tralasciando questa giustificazione, l’ultima ondata di critiche nei confronti del dollaro come unità valutaria standard sembra destinata a crescere e a stimolare la ricerca di “nuove disposizioni”.
Ma il miglior percorso nuovo, e probabilmente il più percorribile, si basa su una vecchia formula: proprio come negli anni ’50 e ’60, gli Stati Uniti dovrebbero fissare dei tassi di interesse moderatamente positivi e stabili con un risparmio interno sufficiente a creare un (modesto) surplus commerciale. La cooperazione con la Cina, al momento il più grande esportatore e creditore nei confronti degli Stati Uniti, è un elemento essenziale per facilitare ed incoraggiare la transizione verso un simile contesto positivo. Senza considerare la crisi dell’euro in corso, un tasso di cambio stabile tra renminbi e dollaro sarebbe un elemento essenziale per una rinnovata stabilità del tasso di cambio (del dollaro) in tutta l’Asia e l’America latina, come previsto dall’Accordo originale di Bretton Woods del 1944.
Traduzione di Marzia Pecorari


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Chee-Heong Quah
Now I understand.
In sum, government intervention disrupts the mechanics of the natural price mechanism in the interbank market. The act of Federal Reserves bidding up prices of bills and bonds, pushed down the short-term interest rates which do not represent the natural price of capital that would have been without Fed's intervention.
Since the Fed set the minimum price, banks and lenders find it not profitable to lend at the new low price. But what about the "black market"? Can market prices prevail in the "black market"?
Chee-Heong Quah
Correction. Maximum price I mean.
John Monroe
This argument loses all credibility the second it hones in on entitlement spending, rather than spending, as a root problem. How is it defense spending eludes Dr. Mckinnon's radar? -- one detects ideology intruding on thought. At least there are obvious returns for not permitting a flood of money into luxury spending (healthcare) to beggar the lower and middle classes -- at least, if one concedes that nothing will be done to rein in costs. There may be returns on defense spending but no one seems eager to mention them in public.
Incidentally, it is not necessary to conclude from "China's exchange rate policy is not to blame for our trade deficit" that China's currency is therefore not undervalued. It is undervalued. It has been for the last fifteen years, at least. And yet it is not responsible for our trade deficit.
Carol Maczinsky
I think sinophilism and sinophobia are equally wrong. We know that the Chinese economy is on shaky grounds.
Mark Pitts
The author is quite correct in pointing out that excessively low rates engineered by the Fed was a significant reason for the housing bubble. Then, as now, low rates lead investors into riskier assets, and lead even low-income borrows to believe they can come out ahead by betting on housing.
A recent study from the Erasmus Institute also shows how excessive world saving fed into the mix.
A greedy population that didn’t want to miss out on a “sure thing” is also to blame. Shiller explains this effect in housing and the stock market in his excellent book.
Of course, many unthinking people want to blame the banks. However, they have yet to explain how banks could have anticipated the problem when international agencies such as the IMF could not, and the even Fed mere days before the crisis saw no problem in housing.
Jose araujo
How many time do the Austrians have to be proven wrong for people to stop using the same arguments.
Look at the situation right now, if low interest rates had anything to do with housing bubles wouldn't we be living in this situations right now?
Deregulation and the spread of securization has much more to do with the housing bubbles then low interest rates. The problem wasn't the cost of risk, the problem was the wrong perception and valuation of the risk
Jose araujo
Wouldn't it be much easier if you inverted the causal nexus.
Its the over appreciation of a currency that causes fiscal deficits and not the opposite. We all know it, its empirical verifiable and it makes sense.
We actually have evidence in many countries that its the fixed exchange rates that require a country to have huge fiscal deficits.
Jose araujo
Is McKinnon proposing a new economic theory, or has he just gone mad?
"Fed first cut interest rates to 1%, triggering the US housing bubble,..." so it was the Fed that triggered the house bubble!!!!
"...dollar reserves in emerging markets have increased six-fold, reaching $7 trillion by 2011" now cutting interest rates leads to capital inflow, another amazing statement
"..trade deficits are primarily the result of insufficient, mainly government, saving – not a misaligned exchange rate,..." trade deficits are now the consequence of public deficits!!!! Amazing theory..
"Large US budget deficits during Ronald Reagan’s presidency generated the famous twin fiscal and trade deficits of the 1980’s. This, not an undervalued yen, caused the bilateral deficit with Japan to widen in the 1980’s and 1990’s." Clearly that was what caused the deficits..
"The claim that exchange-rate appreciation will reduce a country’s trade surplus is false, because, in globally integrated economies, domestic investment falls when the exchange rate appreciates." Yes, yes, I start to understand now, up is down and down is up for Professor McKinnon
"Indeed, America’s trade deficit in manufactures is roughly equal to its current-account deficit (the amount by which domestic investment exceeds domestic saving)" last time I checked that is the definition of the capital account, and yes capital account is the mirror of the current account, but not for Mckinnon...
"Can large US fiscal deficits and near-zero interest rates be justified because they help to revive domestic economic growth and job creation? Five years after the credit crunch of 2007-2008, it seems that they cannot" Yes yes, for sure reducing spending and increasing interest rates is the answer to our problems...
This must be an article from the wrong McKinnon, we must be in the presence of the GREAT Magician McKinnon, that can solve the competitive problems of the economy with his magic wand, generating trade surplus while appreciating the dollar, and growing the economy while cutting the defict