Thursday, October 23, 2014
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La “crisi degli asset” delle economie emergenti

PECHINO – In teoria, i paesi in via di sviluppo dovrebbero registrare una differenza positiva tra flussi di capitale in entrata e in uscita ed essere pertanto importatori di capitale netto con un’entità di bilancio pari al deficit del conto corrente. Ciò nonostante, a partire dalla crisi finanziari asiatica del 1997-98, diversi paesi dell’Asia orientale hanno accumulato surplus del proprio conto corrente diventando quindi esportatori di capitale netto.

Ancor più strano è il fatto che pur essendo degli esportatori di capitale netto, registrano comunque surplus di conto (capitale). In altre parole, questi paesi non solo danno in prestito i profitti ricavati tramite surplus di conto corrente, ma prestano anche il capitale mutuato tramite surplus di conto capitale, soprattutto agli Stati Uniti. Ne risulta che i paesi dell’est asiatico dispongono al momento di ampie riserve di valuta straniera in forma di titoli di stato statunitensi.  

Se da un lato la Cina ha attirato un grande quantitativo di investimenti stranieri diretti, dall’altro ha acquisito una quantità persino maggiore di titoli di stato statunitensi. Inoltre, se nel 2008 la rendita media degli investimenti stranieri diretti in Cina da parte delle aziende americane era pari al 33%, la rendita media degli investimenti cinesi nei titoli di stato statunitensi era solo al 3-4%. Ma perché, quindi, la Cina investe pesantemente i suoi risparmi nei titoli di stato statunitensi con una rendita così bassa invece di investire in progetti ad alto profitto a livello nazionale?

Una delle risposte è data dal fatto che la politica cinese degli investimenti diretti stranieri negli ultimi trent’anni ha dovuto estromettere, per quantità eccessiva, diversi investitori cinesi da progetti ad alto profitto, obbligandoli ad accontentarsi di progetti meno rimunerativi. C’è ancora, tuttavia, un numero di investitori potenziali che non riescono a trovare delle opportunità di investimento adeguate in Cina e che producono, di conseguenza, risorse in eccesso che finiscono per essere investite nei titoli di stato statunitensi.

Ma mentre le attività straniere cinesi vengono denominate in dollari americani, le passività, tra cui gli investimenti stranieri diretti, vengono per la maggior parte denominate in renminbi. Ne risulta che quando il dollaro viene svalutato rispetto al renminbi, il valore del debito estero cinese aumenta in termini di dollari, mentre il valore degli asset stranieri rimane invariato. Pertanto, la posizione netta della Cina (Net International Investment Position - NIIP), ovvero la differenza tra i suoi attivi lordi ed i passivi lordi, peggiora automaticamente. Il deterioramento della posizione netta della Cina riflette il trasferimento della ricchezza dalla Cina agli Stati Uniti.

A partire dal 2000, gli attivi ed i passivi lordi della Cina sono aumentati vertiginosamente grazie al successo della promozione del commercio cinese e della politica degli investimenti stranieri diretti. Di conseguenza, la posizione netta cinese è diventata vulnerabile alla svalutazione del dollaro.

Nel frattempo, gli afflussi di capitale verso i paesi in via di sviluppo sono aumentati a partire dalla crisi finanziaria 2007-2009. Nel 2010, il surplus del conto corrente della Cina era pari a 230 miliardi di dollari, mentre, anche quest’anno, gli afflussi di capitale registrati continuano ad essere ingenti. Con l’aumento degli attivi lordi in dollari e dei passivi lordi in renminbi, un renminbi più forte implicherebbe nuove perdite per il sistema welfare cinese a causa degli effetti derivanti dalla valutazione dei movimenti del tasso di cambio. (E’ importante osservare che non si tratta di un fenomeno esclusivamente cinese, infatti tutte le economie dei mercati emergenti si trovano ad affrontare le stesse implicazioni).

Durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-98, le economie dell’Asia orientale si sono trovate a dover pagare una somma ingente per un accumulo eccessivo di debito denominato in dollari. Dato che i governi non sono riusciti a difendere le proprie valute, hanno perso centinaia di miliardi di dollari in riserve di cambio estero a causa degli speculatori internazionali.

Sia che l’abbia fatto come forma di garanzia o per mantenere un tasso di cambio competitivo, da allora l’Asia orientale ha comunque accumulato ancora una volta troppo debito denominato in dollari. Questa volta, tuttavia, grazie al deterioramento della posizione fiscale statunitense e della politica monetaria espansionistica della Riserva Federale, “il rischio a lungo termine per il bilancio esterno dei mercati emergenti si sta spostando verso l’attivo”, come ha sottolineato Eswar Prasad del Brookings Institution.

Ma sebbene le economie dei mercati emergenti si trovino di fronte ad una “crisi degli asset” e non ad una crisi del debito come nel 1997-98, il risultato che ne ricaveranno sarà comunque lo stesso, ovvero ingenti perdite di capitale sulle riserve di valuta estera. Inoltre, l’entità delle perdite sarà uguale a quella subita durante la crisi finanziaria asiatica, se non addirittura maggiore.

Se da un lato il governo cinese dovrebbe fare un maggiore sforzo per riequilibrare l’economia attraverso misure convenzionali, dall’altro dovrebbe anche prestare più attenzione alla modifica della struttura valutaria degli attivi e dei passivi lordi del paese. In particolare, la Cina dovrebbe tentare di sostituire i suoi asset denominati in dollari con asset denominati in renminbi, e le passività denominate in renminbi in passività denominate in dollari.

Se la Cina dovesse dimostrarsi incapace di fare qualcosa per le attività e le passività lorde, dovrebbe comunque concentrarsi su nuove attività e passività per “minimizzare eventuali perdite di capitale in futuro”. In sintesi, la Cina deve prendere in seria considerazione l’attuale crisi degli asset che le economie emergenti si trovano ad affrontare, in particolar modo in relazione a questioni importanti quali la convertibilità del renminbi e l’internazionalizzazione della valuta.

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