Wednesday, September 17, 2014
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Fukushima, Test Nucleare in Europa

MADRID – Vista dall’ Europa, l’irrazionalità del discorso politico e mediatico sull’energia nucleare si è piuttosto rafforzata ed intensificata nel corso dell’anno dal momento del meltdown della centrale giapponese di Fukushima Daiichi. Tuttavia, una valutazione spassionata del posto dell’energia nucleare nel mondo rimane tanto necessaria quanto difficile.

Gli europei non dovrebbero pontificare sulla politica nucleare come se la loro opinione contasse in tutto il mondo, ma lo fanno comunque. D’altra parte, l’Europa detiene una riconosciuta responsabilità nel campo della sicurezza, dove è ancora in grado di promuovere un quadro normativo ed istituzionale internazionale che disciplini gli stati e porti ad una maggiore trasparenza nel caso siano implicati rischi globali come quelli dell’energia nucleare.

L’Europa è altrettanto responsabile dell’avanzamento della ricerca nel merito di tecnologie più sicure, in particolare riguardo alla tecnologia di una quarta generazione di reattori nucleari. Noi europei non possiamo permetterci il lusso di smantellare un settore industriale ad alto valore aggiunto in cui ancora abbiamo un reale vantaggio comparato.

In Europa, Fukushima ha scatenato un blitz mediatico di oscurità e rovina sull’energia nucleare. La rivista tedesca Der Spiegel ha segnato l’undici settembre dell’industria nucleare e “la fine dell’era nucleare”, mentre El Pais, il principale quotidiano spagnolo, è andato predicando che il sostenere “questa energia [era] irrazionale” e che “la Cina ha messo un freno alle sue ambizioni nucleari”. Ma la realtà ha dimostrato come tali valutazioni siano sia prevenute che irrimediabilmente sbagliate.

È vero, alcuni paesi – Belgio, Italia, Germania, e Svizzera, insieme al Perù, unico paese non europeo a condividere la tendenza- hanno formalmente dichiarato la loro intenzione di eliminare gradualmente l’energia nucleare o di volerla evitare del tutto. Tale decisione investe un totale di 26 reattori, mentre nel mondo ne sono in costruzione 61, altri 156 in progettazione e 343 sotto esame ufficiale. Se questi piani saranno realizzati il numero dei reattori in funzione, attualmente 437, sarebbero raddoppiati.

Ma, più interessante, il boom nucleare non è globale: il Brasile è all’avanguardia in America Latina, mentre lo sviluppo più veloce sta avvenendo in Asia, soprattutto in Cina e in India. Se confrontiamo questa distribuzione geografica con un istantanea globale dei siti nucleari precedenti all’incidente nucleare di Three Mile Island negli Stati Uniti del 1979, emerge una sorprendente correlazione tra la politica nucleare dei paesi e la loro posizione geopolitica e la loro forza economica.

Laddove la voracità nei confronti dei reattori, negli anni settanta, rifletteva il peso internazionale dell’Unione Sovietica, e soprattutto quello dell’ area geopolitica occidentale –Giappone, Stati Uniti, ed Europa- oggi il centro di gravità si è spostato definitivamente in Oriente, dove l’energia nucleare è diventata la “porta d’ ingresso verso un futuro prospero”, secondo le parole di un commento del The Hindu di novembre 2011. Infatti, il presidente americano Barack Obama, evidentemente d’accordo con questa tesi, ha coraggiosamente scommesso che le garanzie sui prestiti e la ricerca nella creazione di piccoli reattori modulari riconfermerà la posizione mondiale dell’ America all’avanguardia della tecnologia nucleare civile e la sua rilevanza nel nuovo ordine globale.

L’Energia è, ovviamente, la linea di sangue di ogni società, che si riflette nella correlazione tra domanda di energia e reddito. A questo riguardo, spiccano i vantaggi dell’energia nucleare, in particolare la sua affidabilità e la prevedibilità dei costi. Le Previsioni Energetiche Mondiali per il 2010 (World Energy Outlook) dell’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede un aumento della domanda globale dell’energia del 40% entro il 2030 –una realtà implacabile che è più tangibile nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Asia.

Quindi l’espansione dell’energia nucleare è un dato di fatto, e continuerà ad esserlo. Per agire in modo responsabile, gli Europei dovrebbero essere al lavoro per migliorare gli standard di sicurezza internazionale dell’energia nucleare, invece di decidere di non prendere parte alla partita. La vera lezione di Fukushima è che i controlli statali sono necessari ma non sufficienti a garantire la sicurezza nucleare.

Purtroppo la proposta avanzata all’interno dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, lo scorso anno, di lanciare un sistema di controllo effettivo su incolumità e sicurezza delle centrali nucleari è clamorosamente fallita con l’acquiescenza dell’Unione Europea. Peggio ancora, con il sostegno europeo, il bilancio già misero dell’AIEA, di 300 milioni di euro, è stato tagliato di circa il 10%.

In questo contesto, l’iniziativa di affidare, nel giro di tre anni, ispezioni a campione da parte dell’AIEA del 10% dei reattori operativi nel mondo è stata annacquata, ancora una volta con un ruolo attivo della UE, sulla base del fatto che la responsabilità della sicurezza e delle ispezioni compete principalmente agli Stati membri. Soltanto una disposizione sottileamp#160; che ha reso facoltative le ispezioni congiunte da parte della AIEA ha portato all’accordo finale. Per quanto riguarda la stessa UE, il dibattito e la formulazione finale, del marzo 2011, che definisce “volontari” gli “stress-test”, opportunamente chiamata “burrascosa” dal Primo Ministro polacco Donald Tusk, hanno rivelato una sconcertante serie di carenze e debolezze.

Forse la contraddizione più evidente del discorso nucleare condotto in Europa è la discrepanza tra lo sforzo apparente per stimolare la crescita economica e l’occupazione, e la leggerezza degli Stati membri nell’abbandonare l’industria nucleare, che dipende dalla progettazione, dai sistemi di costruzione, e dalle competenze in direzione e gestione che sono alla base del vantaggio comparato europeo nel settore.

Un’eccezione incoraggiante è costituita da un recente accordo tra l’Inghilterra e la Francia nel dar forma ad una alleanza di produzione tra Rolls Royce e Areva nel campo dell’energia nucleare. Ma non dovrebbero rimanere i soli. È ragionevole che i paesi europei rinuncino ad una nicchia di prosperità per motivi ideologici che sono irrilevanti da un punto di vista globale?

L’aumento dell’energia nucleare in Europa si è svolto parallelamente al suo potere economico del dopoguerra. È coinciso con il picco della fede dell’Occidente nella sua forza economica e nella sua ascesa incessante a livello mondiale. Oggi, con l’Europa sempre più considerata come il malato dell’economia mondiale, anche la rinuncia di tutto il continente all’energia nucleare avrebbe un piccolo riscontro, se non nessuno, sulla scena mondiale. Dettare la direzione del discorso politico non è più il ruolo dell’Europa. Comportarsi in modo responsabile lo è.

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  1. CommentedPatrice Ayme

    To be against nuclear energy is to be against man. As simple as that. The present technologies are not good, but other nuclear technologies can be developed, perfectly safe, very clean, and much more efficient.

    Moreover, thorium nuclear energy, for example, can be disconnected from nuclear weapons completely, as it does not use materials which can be manufactured to make bombs.

    Overall, civil nuclear energy has killed very few people, even including the criminally misconceived military reactor at Chernobyl. Coal burning kills hundreds of thousands through pollution, worldwide, and that does not include all the mercury vapor it creates.
    http://patriceayme.wordpress.com/

  2. CommentedAndrés Arellano Báez

    If nuclear power seems to be so important in the future, it is not a big mistake related this kind of energy with nuclear weapons, like is happening today in Iran? I think the increase of nuclear plants should be coordinated with the cancelation of nuclear weapons all over the world, starting with U.S.A.

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