Thursday, October 30, 2014
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All’Egitto dobbiamo molto

CAMBRIDGE – La questione tuttora al centro di numerose discussioni sullo sviluppo economico è la seguente: cosa possiamo fare noi per rilanciare la crescita economica e ridurre la povertà in tutto il mondo? Il “noi” talvolta è la Banca mondiale, talvolta sono gli Stati Uniti e altri Paesi ricchi, talvolta i professori di economia dello sviluppo e i loro studenti riuniti in un’aula di seminario. È su questo tema che si basa l’intera politica di aiuti allo sviluppo.

Ma ciò che ha trasformato la Tunisia, l’Egitto e la Libia negli ultimi due anni non sono stati i tentativi del mondo esterno di migliorare queste società o le loro economie, bensì l’intento dei movimenti sociali popolari di modificare i sistemi politici dei rispettivi Paesi. Tutto ha avuto inizio in Tunisia, dove la rivoluzione ha sovvertito il regime repressivo del presidente Zine El Abidine Ben Ali. Poi si è diffusa in Egitto e in Libia, ponendo fine ai regimi ancor più repressivi e corrotti di Hosni Mubarak e Muammar el-Qaddafi.

Le persone che si sono riversate nelle strade e hanno rischiato la propria vita erano stanche della repressione e della povertà perpetrate da questi regimi. Il livello di reddito dell’egiziano medio, ad esempio, si aggira appena attorno al 12% rispetto a quello dell’americano medio, e l’aspettativa di vita degli egiziani è inferiore di 10 anni. Il 20% della popolazione vive in estrema povertà.

I dimostranti di Piazza Tahrir hanno ricondotto le cause della povertà in Egitto al suo sistema politico repressivo e non reattivo, al suo governo corrotto e alla generale mancanza di pari opportunità  in ogni sfera della loro vita. Hanno visto i propri leader politici come parte del problema e non come parte della soluzione. Gli “outsider”, invece, alla domanda “Noi cosa possiamo fare?”, hanno posto l’accento su fattori geografici o culturali o sulla “trappola della povertà” puramente economica, i cui effetti dovrebbero essere annullati dal supporto e dall’assistenza estera.

Non ci si deve illudere che la trasformazione messa in atto dai manifestanti sarà morbida. Numerose rivoluzioni precedenti hanno deposto un gruppo di governanti corrotti solo per farne emergere un altro ugualmente corrotto, violento e repressivo. Non esiste alcuna garanzia che le precedenti élite non possano ricostituire simili regimi.

Ora l’esercito, baluardo del regime di Mubarak, governa l’Egitto, e reprime, imprigiona e uccide i dimostranti che osano ribellarsi. Più recentemente ha manifestato la propria volontà di scrivere una nuova costituzione prima delle elezioni presidenziali, mentre la sua commissione elettorale ha interdetto 10 candidati presidenziali su 23 senza alcun fondamento. E, se l’esercito allentasse le redini, i Fratelli musulmani potrebbero prendere il sopravvento e formare il proprio regime autoritario e non rappresentativo.

Ma c’è ragione di essere ottimisti. Il genio è uscito dalla bottiglia, e la gente sa di avere il potere per rovesciare i governi, e in generale conosce l’impatto del proprio attivismo politico. È per questo motivo che ha continuato a riempire Piazza Tahrir ogni volta che l’esercito ha cercato di consolidare il proprio potere e sopprimere i dissidenti.

Sebbene sia il popolo egiziano a decidere il destino del Paese e a fare passi decisivi verso istituzioni politiche più inclusive, ciò non significa che gli “outsider” non possano fare nulla. “Noi” possiamo fare molto – anche se nulla di tutto ciò sarà cruciale per il risultato finale.

Gli Usa, ad esempio, offriranno ancora oltre 1,5 miliardi di dollari di aiuti all’Egitto quest’anno. Ma chi riceverà davvero questi aiuti? Sfortunatamente non il popolo che sta cercando di cambiare il futuro del Paese, ma l’esercito egiziano e gli stessi politici che hanno governato l’Egitto sotto il precedente regime.

Dovremmo almeno garantire al popolo egiziano di non sostenere più la repressione. Che non significa tagliare gli aiuti esteri. Anche se gli aiuti esteri non trasformeranno da soli la società o l’economia dell’Egitto, e sebbene alcuni di essi andranno inevitabilmente persi e finiranno nelle mani sbagliate, possono ancora fare qualcosa di buono. Fatto più importante, gli Usa e la comunità internazionale possono lavorare per garantire che la maggior parte dei fondi non vadano all’esercito e ai soliti politici, bensì alle cause e ai gruppi popolari.

Gli aiuti esteri possono altresì essere utilizzati come piccolo incentivo al dialogo nazionale in Egitto. Potrebbero, ad esempio, essere gestiti da un comitato di rappresentanti provenienti da diverse fazioni sociali, inclusi i gruppi della società civile al centro delle rivolte e i Fratelli musulmani, mettendo in chiaro che se il comitato non riuscirà a trovare un accordo, gli aiuti non verranno sborsati. Tale situazione indurrebbe l’esercito e le élite a collaborare con quei gruppi di opposizione che tanto desiderano estromettere.

Oltre a unire allo stesso tavolo gruppi importanti ma politicamente emarginati, un comitato di questo tipo potrebbe anche dimostrare il successo della condivisione del potere in un piccolo ambiente, magari incoraggiando tale pratica in modo evidente. Non si tratterebbe di un intervento dall’esterno in grado di curare da un giorno all’altro i mali derivanti da secoli di repressione e sottosviluppo, ma “noi” dovremmo smettere di cercare una panacea inesistente e fare qualcosa di meglio che alimentare l’esercito egiziano.

Traduzione di Simona Polverino

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  1. CommentedYasser Shaaban

    Daron Acemoglu ,

    What a constructive essay that is :) , I , as an Egyptian see it all full of lies that you claim against the " Army" , well , of course , as you do work " for" the ones who staged the so called " Arab Spring" , mainly targeting the Egyptian Army , for whatever is going to unfold in the coming few months , after the fall of Syria , which is and has always been also staged and inevitable .

  2. CommentedProcyon Mukherjee

    Egypt is no more than an example where State capacity continues to be low in absence of institutions that can channelize public investments that spur job creation and growth. I have the same example as in the case of Nepal, where fall of monarchy led to anarchy and mayhem and its state capacity has changed only a whisker from the days of monarchy and absolutism.

    Aid is just one form with or without conditions and sanctions that could facilitate change. In most of history we have seen that it is not aid, but proliferation of trade and ideas leading to trade that had changed much of the conditions. The Egyptians must get the act together of finding their place in the market, whether domestic or foreign, which they are completely shut out from; politics and power seem to be flourishing with the polity under the veiled ignorance that the problem lies with controls and security.

    Procyon Mukherjee

  3. Portrait of Michael Heller

    CommentedMichael Heller

    My comment here is only to point out that elsewhere on this site I criticize the analysis of development which Daron Acemoglu and James Robinson promote and which is evident in this commentary. Readers may find it useful to see that alternative view:

    http://www.project-syndicate.org/blog/the--poor-economics--in--why-nations-fail-

    Like so many countries before it, Egypt will get a new and better central government under its own steam. People who are hoping to form the new government -- or at least to influence it -- have been assembling policy ideas ready for implementation over a very long period of time. I have taught one or two of them at masters level.

    Egyptians obviously want to be fully informed of divisions (both new and classical) that exist between the various bodies of knowledge about rapid modernization and the optimal procedures and sequences for achieving it.

  4. CommentedAhmed Gamal

    Well, I dont like the statement "if the military loosens the reins, the MB could take over". I disagree with describing the SCAF as if it protects democracy or revolution from any certain group. I disagree with many of the MB's principles, actions and decisions; however, they have a great support among Egyptian people and, in the presence of clean and real elections, they are gonna win!
    On the other hand, the fore-mentioned 10 presidential candidates, were disqualified based on legal issues and regulations. I echo what u said concerning SCAF, it is indeed not supporrting the revolution and democratic transform in Egypt!

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