Saturday, August 23, 2014
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La politica macroeconomica batte in ritirata

BERKELEY – Un aspetto sconcertante dello studio della storia economica è la modalità in cui ciò che si verifica nel presente riesce a cambiare il passato, o per lo meno la nostra interpretazione del passato. Per decenni, ho parlato ai miei studenti , con convinzione, del numero sempre più alto di governi che si assumono la responsabilità dello stato della propria economia. Ciò nonostante, la reazione politica alla Grande Recessione ha cambiato il modo in cui abbiamo da sempre percepito quest’elemento.

I governi antecedenti alla Prima Guerra Mondiale, e ancor di più quelli antecedenti alla Seconda Guerra Mondiale, non hanno mai minimizzato il livello di disoccupazione durante le fasi di flessione economica per tre ragioni fondamentali che sono andate scomparendo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

In primo luogo, esisteva un’influente lobby sulla moneta forte: un numero sostanziale di ricchi, socialmente influenti e potenti da un punto di vista politico, che investivano in modo significativo in obbligazioni. Non si mettevano in gioco da un punto di vista personale in termini di capacità di utilizzazione e basso livello di disoccupazione, ma lo facevano in termini di stabilità dei prezzi mettendo al primo posto la moneta forte.

In secondo luogo, le classi operaie, le più colpite dal tasso elevato di disoccupazione, non avevano il diritto al voto.  Anche nei casi in cui avevano diritto di voto, i membri della classe operaia ed i loro rappresentanti non erano comunque in grado di studiare le modalità in cui avrebbero potuto beneficiare di politiche governative incentivanti per moderare i ribassi economici, e non avevano altresì la possibilità di arrivare in alcun modo alle leve del potere.

In terzo luogo, le conoscenze legate all’economia erano ancora in via di sviluppo. Allo stesso modo, le conoscenze sulle modalità in cui diverse politiche governative potevano influire sui livelli di spesa rimanevano privilegio di un circolo chiuso. Ad eccezione del libero coniaggio dell’argento negli Stati Uniti, l’economia non era oggetto di discussione nei dibattiti politici e nelle pubbliche discussioni tra gli intellettuali.

Questi tre fattori sono andati scomparendo tra le due guerre mondiali. O per lo meno, così sostenevo nel 2007 durante una mia lezione di storia economica. Ad oggi, la lobby sulla moneta forte è praticamente inesistente, in quanto quasi tutti gli investitori hanno diversificato in modo sostanziale il proprio portafoglio e quasi tutti subiscono ormai gli effetti di un tasso elevato di disoccupazione e di un basso tasso di capacità di utilizzo e di spesa.

Gli economisti di oggi hanno una conoscenza molto più ampia, anche se non tanto approfondita quanto vorremmo, sugli effetti delle politiche monetarie, bancarie e fiscali sul flusso di spesa nominale. Inoltre, gli studi effettuati sono oggetto di ampie e profonde discussioni politiche ed intellettuali. In più tutte le classi operaie hanno il diritto di voto.

Pertanto, tre anni fa, durante la mia lezione, mi sono sentito di affermare con convinzione che il tempo in cui i governi rimanevano a guardare lasciando che il ciclo del business provocasse enormi danni era finito nel mondo dei paesi ricchi. Oggi nessun governo, sostenevo, potrebbe tollerare un periodo prolungato con un tasso di disoccupazione pari quasi al 10% ed un’inflazione quiescente senza intervenire in modo decisivo.

Ma mi ero sbagliato. Ciò che avevo descritto è infatti proprio quello che sta succedendo.

Ma come siamo arrivati fin qui? Com’è possibile che negli Stati Uniti si sia formato un ampio movimento politico, il “Tea Party”, che spinge per una delle politiche più estreme a favore della moneta forte, quando non esiste alcuna lobby pro moneta forte  che corre il rischio di perdere la ricchezza accumulata? Com’è possibile che i disoccupati e chi è, a breve, a rischio di disoccupazione decidano di non votare? Perché i politici non sono spaventati dal loro disappunto?

Sono innumerevoli anche le domande relative all’economia. Perché i principi della determinazione del reddito nominale, considerati saldi sin dal 1829, vengono ora messi in discussione? Perché l’idea sostenuta da John Maynard Keynes, Milton Friedman, Knut Wicksell, Irving Fisher, e Walter Bagehot secondo cui i governi hanno il dovere di intervenire da un punto di vista strategico a sostegno dei mercati finanziari per stabilizzare l’enorme spesa dell’economia è ora messa sotto accusa?

E’ ormai evidente che gli oppositori di destra alle politiche dell’amministrazione Obama non si contrappongono tanto all’utilizzo delle misure fiscali al fine di stabilizzare la spesa nominale, bensì all’idea che il governo debba svolgere il ruolo di stabilizzatore della macroeconomia.

Oggi, il flusso della spesa pubblica è relativamente basso. Di conseguenza, il Presidente della Riserva Federale statunitense, Ben Bernanke, si sta muovendo per spingere la Riserva ad incentivare il flusso modificando la commistione dei beni privati nella fase di acquisto dei bond governativi in grado di pagare degli interessi in cambio di contante che non dà, al contrario, alcun interesse.

Si tratta comunque di un’operazione che rientra nella norma. L’unica lieve differenza è data dal fatto che la Riserva Federale si appresta ad acquistare obbligazioni statali per sette anni invece di tre mesi. Purtroppo non ha scelta, le obbligazioni statali a sette anni sono le obbligazioni a più breve durata in grado di dare, al momento, qualche interesse. La Riserva Federale non può portare i tassi di interesse a breve termine al di sotto dello zero, pertanto sta tentando di ridurre i tassi di interesse a lungo termine attraverso questa politica di alleggerimento quantitativo.

Ciò nonostante, la destra americana si oppone a questa politica per ragioni che rimangono per lo più misteriose: quali sarebbero infatti i principi di teoria economica a sostegno dell’obiezione all’alleggerimento quantitativo? Le speculazioni sulla manipolazione della valuta da parte della Riserva Federale e sull’eccesso di rischio non meritano alcuna risposta.

In ogni caso siamo arrivati fin qui. Le classi operaie hanno il diritto di voto, gli economisti capiscono e discutono apertamente la determinazione del reddito nominale, mentre non vi è alcun gruppo di influenza che possa beneficiare di una più profonda e prolungata depressione. Ciò nonostante, l’opinione diffusa dei monetaristi keynesiani del secondo dopoguerra, che hanno svolto un ruolo fondamentale per rendere i 60 anni compresi tra il 1945 ed il 2005 il periodo più florido per l’economia globale, potrebbe comunque riuscire a sbrogliare la matassa.

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