BRUXELLES – La recente minaccia di un declassamento del debito pubblico statunitense da parte dell’agenzia di rating Standard and Poor’s è stata un fulmine a ciel sereno. Un tempo limitati a pochi paesi canaglia, ora le preoccupazioni per il debito pubblico gravano sulle principali e più ricche economie.
Il messaggio a tutti i governi è lampante. Se la qualità persino delle obbligazioni statunitensi, tradizionalmente i beni finanziari più sicuri, vengono ora messe in discussione, significa che nessun paese è ormai immune da eventuali attacchi. Pertanto la questione oggi è non tanto se sia o meno il momento di ridurre i deficit, bensì quanto rapidamente, in che entità e attraverso quali mezzi sia necessario farlo.
In Europa, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, viene vista come una forte sostenitrice di tagli drastici al deficit. Ma se da un lato le piace usare toni forti, dall’altro agisce in modo cauto e, ad oggi, gli adeguamenti della situazione fiscale tedesca sono effettivamente molto graduali. I paesi in cui la battaglia sul budget sarà dura e pesante sono Regno Unito e Stati Uniti i cui deficit hanno superato il 10% del PIL nel 2010.
Il Primo Ministro britannico David Cameron è passato all’offensiva. Non appena ha assunto il mandato, ha affidato le previsioni di bilancio ad un organo indipendente, l’Office for Budgetary Responsibility (OBR), rinunciando a qualsiasi destrezza di mano. Ha poi annunciato un programma di consolidamento decisamente coraggioso decidendo di tagliare ciclicamente il deficit del PIL dell’l’1,5% su base annuale e fissando come target un deficit del PIL pari a 3,5% nel 2013.
In base alla scommessa di Cameron, un simile adeguamento dovrebbe stimolare, e non ostacolare, la crescita. Sin da quando Irlanda e Danimarca hanno mostrato, venticinque anni fa’, la via verso un contesto di “contrazione delle politiche di budget espansionistiche”, diversi governi hanno sognato di ottenere lo stesso risultato. Ma un analisi più approfondita di questi episodi ossimoronici e quasi miracolosi rivela che, per eliminare o invertire la tendenza dell’impatto tradizionale della consolidazione fiscale, ovvero la recessione, è necessario che almeno una delle tre seguenti condizioni venga messa in atto: riduzione dei risparmi precauzionali dei nuclei familiari, diminuzione drastica dei tassi di interesse a lungo termine o indebolimento del tasso di cambio tramite l’implementazione di una politica monetaria più espansionistica.
In assenza di tali condizioni, qualsiasi adeguamento del bilancio comporterà sempre un costo elevato in termini di crescita. Ciò è stato confermato da uno studio recente e molto dettagliato condotto dal Fondo Monetario Internazionale su episodi passati di consolidamento fiscale.
Nel Regno Unito non è possibile poter contare sui risparmi precauzionali (i nuclei familiari hanno debiti pesanti quindi hanno bisogno di risparmiare, non il contrario), mentre i tassi di interesse a lungo termine sono già decisamente bassi. Il che lascia solo la politica monetaria a sostegno dell’attività economica. Ma, in parte a causa dell’aumento dei prezzi dei beni e in parte a causa degli scarsi profitti della produttività, l’inflazione britannica è più alta del previsto. La Banca d’Inghilterra prevede addirittura un tasso del 3% all’inizio del 2012, ovvero un tasso superiore di due punti rispetto alle proiezioni dell’anno scorso.
In effetti, l’ultima relazione della Banca d’Inghilterra sull’inflazione evidenzia che, in un contesto simile, eventuali impennate dei tassi di interesse sono probabili. E’ quindi molto difficile per la Gran Bretagna promuovere la crescita economica che negli ultimi sei mesi è stata stagnante. Cameron non ha quindi ancora vinto la sua scommessa.
La posizione statunitense è del tutto diversa. Di fronte ad un tasso di disoccupazione molto simile ai livelli massimi del secondo dopoguerra, l’amministrazione di Barack Obama ha ritardato l’adeguamento per evitare una ripresa soffocante. Ha persino dato una nuova spinta all’economia verso la fine del 2010 per compensare in parte le politiche altamente restrittive dei 50 stati americani, gran parte dei quali hanno una regolamentazione che prevede un bilancio in pareggio e implementano, di conseguenza, politiche procicliche.
Il voler assicurare stimoli a breve termine è stata un scelta senza dubbio sostenibile da parte di Obama, ma ha dimostrato la mancanza di una qualsiasi analisi sulla modalità e la rapidità con cui implementare un processo di consolidamento futuro. Fino a poco tempo fa, il sentimento di urgenza che pervade ora le politiche europee era quasi del tutto assente negli Stati Uniti. E tutte le proposte sono risultate prive di una trazione politica.
Una nuova fase è comunque iniziata con il recente accordo dell’ultimo minuto per evitare il fallimento del governo federale e l’approvazione da parte della Camera dei Rappresentanti del piano di budget proposto dal congressista repubblicano Paul Ryan. Il dibattito sul budget è al momento in pieno svolgimento, ma l’obiettivo resta comunque relativamente poco ambizioso e, aspetto ancor più importante, ci sono enormi disaccordi su come realizzarlo.
L’amministrazione Obama sostiene un approccio bilanciato in base al quale due terzi dell’adeguamento deriverebbero da tagli alla spesa ed un terzo da aumenti delle tasse. Il piano Ryan prevede invece una riduzione più ampia del budget in particolar modo della spesa sociale che porterebbe probabilmente alla fine dello stato sociale statunitense e ad una riduzione del carico fiscale. Il divario tra le due posizioni è enorme.
Ne è risultata una dura battaglia, attualmente in atto, sul budget statunitense. Entrambe le parti sono focalizzate sullo stato delle finanze pubbliche, ma ciascuna parte sta tentando di utilizzare il deficit per portare avanti le proprie preferenze sul futuro delle entrate e delle uscite e per forzare l’altra parte a retrocedere. Purtroppo, come gli economisti Alberto Alesina e Alan Drazen hanno illustrato in un famoso documento di vent’anni fa, questo è proprio il tipo di contesto politico che porta a ritardare gli adeguamenti del budget.
La battaglia è intrinsecamente politica, ed è persino impari in quanto coloro che hanno l’ambizione di ridurre lo stato sono per definizione più preparati al rischio di bancarotta di quelli che tentano di invece di preservarlo. Da parte sua l’amministrazione Obama ha già fatto molte concessioni sulla riduzione delle tasse ed i tagli alla spesa.
Ancora una volta il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno fungendo da laboratori per il resto del mondo. Il destino dell’esperimento britannico influenzerà in modo critico la determinazione degli altri paesi di imbarcarsi o meno in adeguamenti su larga scala, mentre il risultato della battaglia statunitense influenzerà invece la scelta di dare priorità ai tagli alla spesa oppure agli aumenti delle tasse. I risultati di questi esperimenti avranno ovunque enormi conseguenze sui policymaker.


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