Tuesday, September 16, 2014
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Anatomia di una ripresa lenta

BERKELEY – Negli anni tra il 1950 e il 1990, quando la Federal Reserve americana ricorreva a recessioni programmate per combattere l'inflazione, il tasso di disoccupazione statunitense scendeva in media del 32,4% nel corso dell'anno successivo alla recessione, riavvicinandosi così al suo tasso naturale. Se la disoccupazione americana avesse seguito questo andamento dopo il suo picco nella seconda metà del 2009, ora si attesterebbe all'8,3%, piuttosto che all’8,9%.

Sfortunatamente, la riduzione netta del tasso di disoccupazione americano avvenuta durante lo scorso anno non è per niente dovuta ad un aumento nel rapporto tra occupati e popolazione, bensì è stata interamente causata da un declino nella partecipazione alla forza lavoro. Mentre la disoccupazione nel corso degli ultimi 18 mesi scendeva, partendo da un picco del 10,1%, il rapporto tra occupati e popolazione rimaneva fermo al 58,4%. Probabilmente sarebbe meglio se i disoccupati che avrebbero potuto effettivamente trovare un lavoro in condizione di piena occupazione lo stessero attivamente cercando, ma invece stanno abbandonando la forza lavoro.

In questo senso, tra il 1950 e il 1990 il rapporto tra occupati e popolazione è cresciuto mediamente dello 0,227% per ogni anno in cui il tasso di disoccupazione è stato superiore al suo tasso naturale. Se il rapporto tra occupati e popolazione avesse seguito questo andamento anche dopo il picco del 2009, il valore attuale sarebbe del 59,7% piuttosto che del 58,4% (e, in tal caso, ci troveremmo nel pieno di un bom economico invece che nelle attuali condizioni di difficoltà).

Questo è, a mio avviso, il modo migliore per capire la lentezza di questa ripresa americana anemica che non crea nuovi posti di lavoro. In altri contesti, gli Stati Uniti non sono così lontani dai loro tradizionali punti di riferimento: a partire dal punto più basso raggiunto dal PIL in seguito alla recessione, il tasso di crescita reale è stato mediamente del 2,86% annuo, appena al di sopra del tasso di crescita del loro potenziale produttivo. E non è così distante neanche dalle esperienze delle altre economie sviluppate come il  Giappone ed l'Europa.

Di fatto, la difficoltà attuale degli Stati Uniti contrasta decisamente soltanto rispetto alle esperienze dei Paesi dell’Asia ad alto tasso di sviluppo, laddove la crescita del PIL reale e la riduzione della disoccupazione segnalano una solida, robusta e rapida ripresa, al punto da trasformare l'inflazione in un problema macroeconomico più pressante rispetto alla creazione di posti di lavoro.

L'ipotesi più ovvia per spiegare la lentezza della ripresa americana attuale, e delle due che l’hanno preceduta, risiede nel fatto che la velocità di ogni ripresa dipende da cosa ha causato la crisi che l’ha preceduta. Una recessione precedente al 1990 era tipicamente causata da una decisione dell Fed di passare da una politica di ordinaria amministrazione ad una politica di lotta all'inflazione. In tal caso, la Fed ricorreva ad una stretta di liquidità e in questo modo distorceva i prezzi degli assets in modo da rendere molti investimenti e qualche consumo fuori portata (e quindi non convenienti da produrre). L'inflazione dunque si riduceva a causa dell'eccesso di offerta di beni, servizi e lavoro generato da questa politica.

Non appena la Fed avesse raggiunto il suo obiettivo di riduzione dell'inflazione, comunque, avrebbe posto fine alla stretta monetaria, i prezzi degli assets e i redditi sarebbero tornati alla normalità e tutte le aree di attività che erano state remunerative prima della recessione sarebbero tornate tali. Dal punto di vista dell'impresa, quindi, la ripresa non era difficile da gestire: semplicemente doveva ricominciare a fare ciò che faceva prima della crisi.

Dopo l'ultima recessione, tuttavia (così come dopo le due precedenti, sebbene un po' meno), le cose sono cambiate. Questa, di fatto, non è stata causata da una stretta monetaria, quindi la Fed non può usare far tornare i prezzi ai loro livelli pre-crisi con un colpo di bacchetta. Di conseguenza, i problemi delle imprese sono molto più complessi, dato che per loro la ripresa non consiste più semplicemente nel tornare a produrre ciò che andava bene prima, ma piuttosto nell’ immaginare cosa varrà la pena produrre in futuro.

Come l'economista Dan Kuehn ama ripetere, una recessione è come se qualcuno venisse a scuotere un puzzle, rimescolandone i tasselli e girandone qualcuno. Quando la Fed pone fine ad una stretta di liquidità, riposiziona tutti i tasselli dal lato giusto, così è facile ricomporre il puzzle. Adesso, tuttavia, non c'è nessuno che possa rigirarli, cosicché risulta più difficile rimettere le cose a posto.

In verità io credo che le cose stiano ancora peggio: finché la domanda aggregata stenta, non possiamo neppure dire quali tasselli siano girati nel verso giusto. I nuovi investimenti, le linee di produzione e le combinazioni di lavoratori ed aziende che sarebbero altamente produttive e profittevoli in tempi normali (in termini di disoccupazione ed utilizzazione della capacità produttiva), ora non lo sono più.

Quindi ciò che serve attualmente all'America non è solo una ripresa nella domanda aggregata, ma anche un aggiustamento strutturale. Sfortunatamente il mercato non può produrre da solo una rapida ripresa della domanda. Così come non può assolutamente produrre un aggiustamento strutturale finché la ripresa della domanda non è a un buon punto.

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