Thursday, November 27, 2014
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La lotta di classe della politica americana

NEW YORK – L’America è in rotta di collisione con sé stessa. L’accordo di questo mese tra il Presidente Barack Obama ed i repubblicani del Congresso finalizzato all’estensione dei tagli alle tasse, iniziati un decennio fa’ dal Presidente George W. Bush, è stato accolto come l’inizio di un nuovo consenso bipartisan. A mio avviso, si tratta, in realtà, di una falsa tregua che si trasformerà in una battaglia dai toni aspri per la contesa dello spirito della politica americana.

Come in molti paesi, i contrasti sulla moralità pubblica e la strategia nazionale si riducono sempre a questioni di denaro. Negli Stati Uniti è ancor più vero. L’America ha registrato un deficit annuale di circa 1 triliardo di dollari che potrebbe addirittura aumentare a seguito del nuovo accordo sulle tasse. Questo livello di prestito annuale è fin troppo elevato per poter assicurare una situazione di benessere e deve assolutamente essere ridotto. Ma come?

Il problema è dato dalla corruzione della politica americana e dalla perdita di moralità civica. Da un lato troviamo un partito, i repubblicani, che ha pochi argomenti, per non dire nessun’argomento, se non i tagli alle tasse ai quali dà estrema priorità. Dall’altro ci sono i democratici con un gamma più ampia di idee come il sostegno alla sanità, all’educazione, alla formazione ed alle infrastrutture. Ma proprio come i repubblicani, anche i democratici hanno interesse a ridurre le tasse a favore dei principali contribuenti della loro campagna, ovvero, fondamentalmente, a favore degli americani ricchi.

Il risultato è un paradosso pericoloso. Il deficit statunitense è enorme ed insostenibile. I poveri sono incastrati tra i tagli ai programmi sociali ed un mercato occupazionale debole. Uno su otto americani riesce a mangiare grazie alle social card. Tuttavia, nonostante queste circostanze, un partito politico vuole abbattere i contributi mentre l’altro li segue a ruota, andando contro i suoi migliori istinti, con la preoccupazione di far felici i suoi ricchi contribuenti.  

Quest’impeto per i tagli alle tasse giunge dopo tre decenni di un regime fiscale di elite che ha sempre favorito i ricchi e i potenti. Sin dall’inizio della presidenza di Ronald Reagan nel 1981, il sistema di bilancio americano è sempre stato focalizzato sull’accumulo di una consistente ricchezza al vertice della struttura di distribuzione del reddito. E’ sorprendente che l’1% dei più ricchi nuclei familiari americani percepiscano un netto più elevato rispetto al 90% dei contribuenti che appartengono ad aliquote inferiori. Il reddito annuale dei 12.000 nuclei familiari più ricchi è superiore del reddito dei 24 milioni di nuclei familiari più poveri.

Il vero gioco del partito repubblicano è tentare di rendere permanente il vantaggio dei redditi più elevati e del loro relativo benessere in quanto teme, con ragione, che prima o poi verrà chiesto a gran voce di aumentare le tasse sui ricchi per coprire il deficit. Dopotutto i ricchi non hanno mai vissuto così bene, mentre il resto della società americana continua a soffrire. E in effetti, l’unica cosa logica da fare è proprio alzare le tasse sui ricchi.

I repubblicani cercheranno in tutti i modi di evitare questa mossa. Questo mese ci sono riusciti, almeno per ora. Ma vogliono dare un seguito alla loro vittoria tattica con una vittoria più a lungo termine la prossima primavera attraverso il rinvio, per un paio d’anni, del ripristino dei tassi d’imposta in vigore nel periodo precedente a Bush. I leader repubblicani del Congresso stanno già annunciando che taglieranno la spesa pubblica come primo passo verso la riduzione del deficit. 

Paradossalmente, c’è un campo in cui consistenti tagli al budget sarebbero giustificati, ovvero quello militare. Ma si tratta proprio del campo che i repubblicani non toccheranno mai. Vogliono infatti ridurre il budget non terminando l’inutile guerra in Afghanistan e riducendo gli equipaggiamenti bellici, ma imponendo tagli sull’educazione, sulla sanità e su altri sussidi a favore dei poveri e della classe operaia.

Non credo che alla fine e loro intenzioni andranno a buon fine. Per il momento, la maggior parte degli americani sembra appoggiare l’idea repubblicana secondo cui sarebbe meglio eliminare il deficit riducendo la spesa piuttosto che aumentando le tasse. Ciò nonostante, quando verranno avanzate proposte reali sul budget, ci sarà senza dubbio una crescente reazione negativa. A mio avviso i poveri e la classe operaia, vedendosi con le spalle al muro, inizieranno ad agitarsi rivendicando giustizia sociale.

Ciò potrebbe richiedere del tempo. Il livello di corruzione politica in America è sconcertante. Tutto ha a che vedere con i fondi per le campagne elettorali che sono diventate incredibilmente costose. La stima del costo delle elezioni di medio termine è pari a 4,5 miliardi di dollari, i cui contributi sono stati dati dalle principali aziende e dai contribuenti più ricchi. Queste forze potenti, molte delle quali operano nell’anonimità in conformità con la legge statunitense, stanno lavorando senza sosta per difendere chi è al vertice della distribuzione del reddito.

Ma non dimentichiamoci che entrambi i partiti sono coinvolti. Si parla già del fatto che Obama avrà a disposizione 1 miliardo di dollari per la campagna di rielezione, soldi che non vengono di certo dai poveri.

Il problema per i ricchi è che, oltre alla spesa militare, non vi sono altri campi in cui ridurre il budget tranne che nelle aree di indennizzo per i poveri e per la classe operaia. Ma l’America arriverà davvero a tagliare la sanità e le pensioni? Cercherà davvero di bilanciare il budget riducendo la spesa per l’educazione in un momento in cui gli studenti americani registrano una prestazione inferiore rispetto ai loro colleghi asiatici? Lascerà che tutte le sue infrastrutture continuino a deteriorare? I ricchi tenteranno senza dubbio di portare avanti quest’agenda, ma in ultimo non potranno far altro che fallire.

Obama è arrivato al potere sulla scia della promessa di un cambiamento. Finora non c’è stata neppure l’ombra di questo cambiamento. La sua amministrazione è piena di banchieri di Wall Street. I suoi funzionari di più alto livello se ne vanno per andare a lavorare nelle banche, come ha fatto recentemente Peter Orszag, ex consigliere economico. E’ sempre pronto a servire, irrevocabilmente, gli interessi dei ricchi e dei potenti senza mettere alcun limite al “compromesso”.

Se ciò continuerà, emergerà un terzo partito che sarà impegnato a ripulire la politica americana e a ripristinare un parametro di decenza ed equità. Anche per questo ci vorrà del tempo. Il sistema politico è impostato contro qualsiasi sfida ai due partiti in carica. Ma il momento del cambiamento arriverà. I repubblicani credono di avere la meglio e di poter condizionare ancora il sistema a favore dei ricchi. Ma credo che questa volta verranno smentiti.

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