Saturday, September 20, 2014
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Scosse di assestamento dal Giappone

NEW HAVEN – La devastazione, sia materiale che umana, causata dal terremoto e dallo tsunami in Giappone è abissale. Sebbene sia impossibile, a questo punto, misurare con precisione l’entità complessiva dei danni, si può comunque iniziare a valutare le potenziali conseguenze sul resto dell’Asia e sulle altre principali economie a livello mondiale.

Secondo una visione ristretta dell’impatto economico del terremoto, il Giappone è ormai un paese di poca rilevanza da un punto di vista economico. Dopotutto, più di vent’anni di crescita lenta della produzione giapponese hanno ridotto in modo significativo il suo impatto progressivo sulla più ampia economia globale. Il disastro potrebbe comportare conseguenze sproporzionate sulla catena dell’offerta della linea di prodotti dell’industria automobilistica e dell’informatica, come ad esempio i flash drive, anche se un’eventuale interruzione di produzione tenderebbe comunque ad essere temporanea.  

Le due più grandi economie hanno, apparentemente, poco da temere. Il Giappone rappresenta solo il 5% delle esportazioni americane e l’8% di quelle cinesi. Anche nell’eventualità in cui si verificasse il peggior scenario di una totale interruzione dell’economia giapponese, le ripercussioni dirette sulle economie statunitense e cinese sarebbero comunque lievi, con una riduzione di non più di qualche decimo di punto percentuale dei tassi di crescita annuali.

Per quanto riguarda le economie avanzate del cosiddetto G-10, tra tutte è l’Australia ad avere la maggior esposizione al Giappone che rappresenta circa il 19% del totale delle esportazioni australiane. L’eurozona è invece all’estremo opposto con solo il 2% delle sue esportazioni verso il Giappone.

Tra i mercati emergenti, le Filippine e l’Indonesia sono i due paesi più esposti al Giappone che assorbe circa il 16% delle loro esportazioni. La Corea del Sud, la terza tra le maggiori economie dell’Asia orientale, esporta invece solo il 6% dei suoi prodotti verso il Giappone.

Ma questa visione limitata non prende in considerazione l’aspetto più critico, ovvero che lo “shock giapponese” si è verificato in un periodo di scarsa solidità economica. Il che è vero non solo per il Giappone, dove gli ultimi vent’anni hanno portato la florida  economia giapponese ad una tendenza di crescita di poco inferiore all’1% sin dall’inizio degli anni’90, ma anche per l’economia globale nel senso più ampio che si trova all’inizio della sua ripresa dalla peggior crisi finanziaria e dalla più profonda recessione sin dagli anni ’30.

Inoltre, lo shock verificatosi in Giappone non rappresenta l’unico fattore negativo al momento. L’impatto del rapido aumento del prezzo del petrolio ed i problemi ancora in atto legati al debito sovrano in Europa costituiscono ulteriori elementi di preoccupazione. Sebbene tali problematiche non rappresentino singolarmente la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, la loro combinazione ed il contesto in cui si verificano sono a dir poco sconcertanti.

Il contesto in cui si stanno verificando è poi fondamentale. Malgrado la ripresa euforica dei mercati del capitale globale negli ultimi due anni, l’economia mondiale rimane comunque fragile. I mercati sembrano aver dimenticato che le riprese da contesti di bolle speculative e crisi finanziarie tendono ad essere deboli. Le economie crescono lentamente senza poter contare sulla cosiddetta “velocità di fuga” necessaria per una ripresa autonoma. Ne risulta che le economie del contesto post-crisi sono molto più vulnerabili agli shock e tendenti alle ricadute più del solito.

Purtroppo si aggiunge poi una complicazione che rende gli shock attuali ancor più esasperanti. I governi e le banche centrali hanno infatti esaurito le riserve tradizionali sulle quali hanno fatto affidamento per tanto tempo nei periodi di difficoltà economica, sia in termini di politica monetaria che fiscale, ovvero i due pilastri della politica di stabilizzazione controciclica moderna. Nelle principali economie del mondo sviluppato i tassi di interesse sono molto vicini allo zero, mentre i budget con debito in eccesso sono ormai diventati la norma.  Di conseguenza, eventuali politiche non convenzionali, e non precedentemente sperimentate, come il cosiddetto “alleggerimento quantitativo”, imperversano nelle banche centrali.

Finora queste politiche non convenzionali sono sempre state considerate come strumenti temporanei nella speranza che il contesto politico tornasse in tempi brevi alle condizioni precedenti alla crisi. Ma di fronte ad una serie di shock successivi, la “strategia di uscita” continua ad essere rinviata.

Proprio come risulta difficile sospendere ad un paziente una terapia a vita, è altrettanto complicato convincere le economie a rinunciare alla loro dose di iniezioni di liquidità e di spesa in deficit nei contesti successivi alle bolle speculative. In un’epoca di disoccupazione elevata come quella attuale, le pressioni politiche non fanno altro che aggravare il problema. 

Tale contesto solleva forse la preoccupazione più grave: in un mondo post-crisi che viene colpito da continui shock e nell’impossibilità da parte delle banche centrali di tagliare i tassi di interesse, non è difficile prevedere uno scenario di espansione monetaria senza limiti, indice di problematiche ancora più gravi. Il temuto esito finale inflazionistico sembra diventare sempre più una possibilità reale.

Nessuno di questi fattori sminuisce tuttavia l’elemento della capacità di ripresa. Il Giappone infatti riuscirà a ricostruirsi stimolando in tal modo la ripresa della sua economia devastata dai disastri. E’ già successo nel periodo successivo al terremoto di Hanshin (Kobe) nel 1995 e accadrà anche questa volta.  

Ma proprio come la ricostruzione a seguito del terremoto di Hanshin non riuscì a fermare il primo ventennio perduto del Giappone, si potrebbe verificare lo stesso scenario anche questa volta. L’aspetto positivo della ricostruzione, oltre all’urgenza di riportare alla normalità le vite di migliaia di persone, è solo un palliativo temporaneo per un’economia indebolita.

Questa è solo una delle tante lezioni che ci ha offerto il Giappone. L’economia giapponese è stata infatti la prima a sperimentare molti dei problemi più gravi che hanno afflitto l’economia globale negli ultimi anni. Dalle bolle speculative ed un sistema finanziario disfunzionale alla soppressione delle valute e agli errori delle politiche monetarie, il Giappone è stato per molti aspetti il laboratorio per il nostro futuro.  

Purtroppo il mondo non è riuscito ad imparare le lezioni impartite dal Giappone. E rischia ora di perdere un altro indizio importante. L’importanza del terremoto e dello tsunami del 2011 non è data dalla scarsità dell’impatto diretto del Giappone sull’economia globale. Il messaggio principale è come questi shock potrebbero metterci in un angolo ancora più stretto.

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