27

Perché l’Isis persiste

NEW YORK – I mortali attacchi terroristici di Istanbul, Dhaka e Baghdad dimostrano fin dove può arrivare la mano sanguinaria dello stato islamico (Isis) in Europa, Nord Africa, Medio Oriente e in alcune parte dell’Asia. Più a lungo l’Isis riuscirà a mantenere le sue roccaforti in Siria e Iraq, più a lungo la sua rete terroristica creerà tale carneficina. Eppure non è così difficile sconfiggere l’Isis. Il problema è che sinora nessuno degli stati coinvolti in Iraq e Siria, inclusi Stati Uniti e suoi alleati, ha trattato l’Isis come nemico primario. È tempo che lo facciano.

L’Isis dispone di un’esigua forza di combattimento, che secondo gli Usa si aggira tra i 20.000 e 25.000 uomini in Iraq e Siria, e altri 5.000 all’incirca in Libia. Rispetto al numero di personale militare attivo in Siria (125.000), Iraq (271.500), Arabia Saudita (233.500), Turchia (510.600) o Iran (523.000), l’Isis è minuscolo.

Erdogan

Whither Turkey?

Sinan Ülgen engages the views of Carl Bildt, Dani Rodrik, Marietje Schaake, and others on the future of one of the world’s most strategically important countries in the aftermath of July’s failed coup.

Nonostante le parole del presidente americano Barack Obama nel settembre del 2014 di “degradare e infine distruggere” l’Isis, gli Usa e i suoi alleati, inclusi Arabia Saudita, Turchia e Israele (dietro le quinte) puntano a rovesciare Bashar al-Assad in Siria. Prendiamo ad esempio la recente dichiarazione del candidato israeliano, il generale maggiore Herzi Halevy (segnalatami da un giornalista che aveva presenziato alla conferenza in cui Halevy aveva rilasciato tale dichiarazione): “Israele non vuole che la situazione in Siria finisca con [l’Isis] sconfitto, con le superpotenze che abbandonano la regione e con [Israele] lasciata nelle  mani di un Hezbollah e dell’Iran che hanno maggiori capacità”.

Israele si oppone all’Isis, ma la sua più grande preoccupazione è il supporto ad Assad da parte dell’Iran. Assad consente all’Iran di sostenere due nemici paramilitari di Israele, Hezbollah e Hamas. Israele dà quindi priorità alla rimozione di Assad rispetto alla sconfitta dell’Isis.

Per gli Usa, guidati dai neoconservatori, la guerra in Siria è la continuazione di un piano per l’egemonia mondiale americana lanciata dal segretario alla Difesa Richard Cheney e dal sotto-segretario Paul Wolfowitz alla fine della Guerra fredda. Nel 1991 Wolfowitz riferì al generale americano Wesley Clark quanto segue:

“Una cosa che abbiamo imparato [dalla guerra nel Golfo Persico] è che possiamo usare le nostre forze militari nella regione – nel Medio Oriente – e i sovietici non ci fermeranno. E abbiamo circa 5 o 10 anni per ripulire quei vecchi regimi sovietici – Siria, Iran (sic), Iraq – prima che la prossima grande superpotenza emerga a sfidarci”.

Le guerre americane combattute su più fronti nel Medio Oriente – Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e altri – hanno tentato di rimuovere l’Unione sovietica, e poi la Russia, dalla scena e dare agli Usa l’influenza egemonica. Questi sforzi sono falliti miseramente.

Per l’Arabia saudita, come per Israele, l’obiettivo principale è quello di rimuovere Assad allo scopo di indebolire l’Iran. La Siria è parte dell’ampia guerra per procura tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita che si compie sui campi di battaglia di Siria e Yemen e negli aspri confronti tra sciiti e sunniti nel Bahrain e in altri paesi divisi della regione (inclusa la stessa Arabia Saudita).

Per la Turchia, la destituzione di Assad rafforzerebbe il suo standing regionale. Eppure la Turchia ora deve affrontare tre nemici sul confine meridionale: Assad, l’Isis e i curdi nazionalisti. L’Isis sinora ha messo in secondo piano i timori della Turchia rispetto ad Assad e ai curdi. Ma gli attacchi terroristici diretti dall’Isis in Turchia potrebbero cambiare le cose.

Anche la Russia e l’Iran hanno perseguito i propri interessi regionali, anche attraverso le guerre per procura e il supporto alle operazioni paramilitari. Eppure entrambe hanno segnalato la propria disponibilità a cooperare con gli Usa per sconfiggere l’Isis, e forse a risolvere anche altri problemi. Gli Usa sinora hanno snobbato queste offerte, perché concentrati a rovesciare Assad.

L’establishment per la politica estera americana incolpa il presidente russo Vladimir Putin di difendere Assad, mentre la Russia accusa gli Usa di tentare di destituirlo. Queste due recriminazioni potrebbero sembrare simmetriche, ma non lo sono. Il tentativo da parte degli Usa e dei suoi alleati di rimuovere Assad viola la Carta dell’Onu, mentre il supporto della Russia ad Assad è conforme al diritto di autodifesa della Siria stabilito dalla stessa Carta. Sì, Assad è un despota, ma la Carta dell’Onu non autorizza nessun paese a scegliere quale despota deporre.

La persistenza dell’Isis sottolinea tre difetti strategici nella politica estera americana, insieme a un difetto tattico fatale.

Il primo: la ricerca dei neoconservatori dell’egemonia americana attraverso un cambio di regime non è solo profonda arroganza; è la tipica “sovraestensione imperiale”. Ha fallito ovunque gli Usa abbiamo provato questa tattica. La Siria e la Libia sono gli ultimi esempi.

Il secondo: la Cia da tempo arma e addestra i jihadisti sunniti mediante operazioni di copertura finanziate dall’Arabia Saudita. A loro volta, questi jihadisti hanno dato vita all’Isis, che è una conseguenza diretta, per quanto imprevista, delle politiche perseguite dalla Cia e dai suoi partner sauditi.

Il terzo: la percezione americana dell’Iran e della Russa come nemici implacabili dell’America è per molti versi obsoleta e scontata. È possibile un nuovo approccio con entrambi i paesi.

Il quarto: sul fronte tattico, il tentativo degli Usa di combattere una guerra su due fronti contro Assad e l’Isis è fallito. Ognivolta che Assad è stato indebolito, i jihadisti sunniti, inclusi Isis e il Fronte al-Nusra, hanno riempito quel vuoto.

Assad e le controparti irachene possono sconfiggere l’Isis se Usa, Russia, Arabia Saudita e Iran garantiscono copertura aerea e supporto logistico. Sì, Assad resterebbe al potere; sì, la Russia manterrebbe un alleato in Siria; e sì, l’Iran avrebbe influenza in quelle zone. Gli attacchi terroristici continuerebbero senza dubbio, forse anche nel nome dell’Isis per un certo periodo; ma il gruppo non avrebbe accesso alle basi operative in Siria e Iraq.

Un esito di questo genere non solo metterebbe fine all’Isis sul territorio del Medio Oriente; potrebbe più in generale porre le basi per ridurre le tensioni regionali. Gli Usa e la Russia potrebbero iniziare a invertire la recente nuova guerra fredda tramite sforzi condivisi per sradicare il terrorismo jihadista. (un aiuto potrebbe essere anche l’impegno che la Nato non offra l’ammissione all’Ucraina né intensifichi le difese missilistiche nell’Est Europa).

Ma c’è dell’altro. Un approccio cooperativo per sconfiggere l’Isis darebbe all’Arabia Saudita e alla Turchia la ragione e l’occasione di trovare un nuovo modus vivendi con l’Iran. La sicurezza di Israele potrebbe essere incrementata portando l’Iran in una relazione economica e geopolitica di cooperazione con l’Occidente, così aumentando le possibilità della creazione, da tempo attesa, di due stati in Palestina.

Support Project Syndicate’s mission

Project Syndicate needs your help to provide readers everywhere equal access to the ideas and debates shaping their lives.

Learn more

L’ascesa dell’Isis è sintomo delle lacune dell’attuale strategia occidentale – soprattutto degli Usa. L’Occidente può sconfiggere l’Isis. La domanda è se gli Usa opteranno per una rivalutazione strategica necessaria per raggiungere tale scopo.

Traduzione di Simona Polverino