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Chi ha innescato le guerre valutarie?

WASHINGTON, DC – Il mondo è sull’orlo di un duro confronto sui tassi di cambio – che ora sembra toccare anche altri punti, ovvero la politica commerciale (il flirt dell’America con il protezionismo), le posizioni nei confronti dei flussi di capitale (nuove restrizioni in Brasile, Thailandia e Corea del Sud) e il sostegno collettivo alla globalizzazione economica (crescente sentimento anti-straniero quasi ovunque). Chi deve essere ritenuto colpevole di questa situazione ormai fuori controllo, e cosa succederà ora?

Solitamente ci si chiede se alcuni paesi stiano “truffando” mantenendo i propri tassi di interesse a un livello artificiosamente basso, per incentivare le proprie esportazioni e limitare le importazioni, rispetto a quanto accadrebbe se invece le loro banche centrali lasciassero fluttuare liberamente la moneta locale.

Il principale colpevole secondo questa tradizionale visione è la Cina, sebbene seguita al secondo posto dal Fondo monetario internazionale. Ma, su più vasta scala, la gravità dell’odierna situazione è principalmente ascrivibile al rifiuto da parte dell’Europa di riformare la governance economica globale, associato ad anni di cattiva gestione politica e di illusioni negli Stati Uniti.

La Cina ha certamente delle responsabilità. In parte consapevolmente e in parte inconsciamente, la Cina si è trovata, circa un decennio fa, ad accumulare ingenti somme di riserve estere raggiungendo un surplus commerciale e facendo incetta di dollari. Nella maggior parte dei paesi, tale intervento tendeva a spingere al rialzo l’inflazione, perché la banca centrale emetteva moneta locale in cambio di dollari. Ma, poiché il sistema finanziario cinese resta fortemente controllato e gli investitori hanno opzioni limitate, non sono seguite le usuali spinte inflazionistiche.