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Il giusto intervento in Ucraina

STOCCOLMA – Anche se l’attuale dramma della Grecia sta tenendo l’Europa e il mondo con il fiato sospeso, un’altra grave crisi continua ad affliggere l’Europa orientale. Si tratta della crisi in Ucraina, paese ancora parzialmente occupato dai separatisti filorussi, dove, nonostante il cessate il fuoco imposto dall’accordo di Minsk 2, proseguono a tratti i combattimenti.

Gli scontri intermittenti in corso nella regione del Donbass da quando è stato siglato l’accordo suggeriscono che, se davvero è intenzionata a porre fine al conflitto, la Russia dovrà essere disposta ad autorizzare l’invio di una forza di peacekeeping internazionale. Tale missione potrebbe avviare il processo di ricostruzione nella regione, consentire il rientro ai profughi costretti ad allontanarsi per via delle violenze e agevolare la reintegrazione del Donbass sotto il controllo ucraino attraverso adeguate misure protettive e una delega dei poteri.

Un modello utile per un simile approccio l’abbiamo a portata di mano. Due decenni fa, la comunità internazionale entrava nella fase finale delle trattative volte a garantire la pace in Bosnia. Nello stesso tempo, però, proseguivano gli scontri in Croazia, specialmente nella regione della Slavonia orientale, confinante con la Serbia.   

Gli attacchi delle milizie croate – il primo all’inizio del maggio 1995, il secondo all’inizio di agosto – avevano strappato al controllo dei separatisti serbi tre delle quattro aree di sicurezza protette dalle Nazioni Unite. La zona più importante, cioè il settore est nella Slavonia orientale, invece, continuava a essere controllata dai serbi. Proprio come il presidente russo Vladimir Putin in merito alla questione ucraina, l’allora presidente serbo Slobodan Milošević insisteva che il problema si potesse risolvere soltanto attraverso trattative dirette tra i separatisti serbi e il governo croato di Zagabria.