Trump sul piede di guerra

NEW YORK – Quindici anni dopo la dichiarazione di George W. Bush che l’Iraq, l’Iran e la Corea del Nord costituivano un “asse del male”, Donald Trump ha denunciato l’Iran e la Corea del Nord con parole altrettanto caustiche nel suo primo discorso alle Nazioni Unite. Le parole hanno conseguenze, e quelle di Trump rappresentano una minaccia catastrofica e immediata alla pace, proprio come lo furono quelle di Bush nel 2002.             

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All’epoca, Bush fu ampiamente elogiato per la sua risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Mobilitare l’opinione pubblica verso la guerra è facile, e ancor più lo è stato da quel momento in poi. Eppure, su tutti i fronti in cui si è dispiegato – Afghanistan, Iraq, Iran e Corea del Nord – il militarismo statunitense non ha fatto che perdere la fiducia globale, vite umane, denaro e tempo prezioso. E l’approccio di Trump è molto più bellicoso, nonché pericoloso, di quello di Bush.      

Per Trump, come per Bush, esistono il Bene (l’America) e il Male (l’Afghanistan dei talebani, l’Iran, la Corea del Nord e l’Iraq di Saddam Hussein). L’America, ovvero il Bene, avanza pretese nei confronti dei malvagi. Se questi ultimi non rispondono adeguatamente, può ricorrere all’opzione militare o emanare sanzioni punitive per imporre quella che è la “giustizia” secondo gli Stati Uniti.  

Bush applicò la logica della forza nei confronti dell’Afghanistan e dell’asse del male con risultati disastrosi. Nel 2002 gli Stati Uniti rovesciarono in breve tempo il regime talebano, ma non riuscirono a ristabilire l’ordine in Afghanistan. A distanza di quindici anni, i talebani controllano ancora buona parte del territorio e Trump ha appena disposto un incremento della presenza militare sul posto. L’America ha investito circa 800 miliardi di dollari in spese militari dirette per il conflitto in Afghanistan, che dura quasi ininterrottamente da quando, nel 1979, la Cia contribuì con un’operazione segreta a istigare l’invasione sovietica del territorio afghano.   

La risposta all’Iraq fu persino peggiore. Gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003 sulla base di falsi pretesti (le presunte armi di distruzione di massa di Saddam, poi rivelatesi inesistenti), finendo per sperperare altri 800 miliardi di dollari in spese militari dirette, destabilizzare il paese, causare centinaia di migliaia di vittime e, contrariamente agli obiettivi dichiarati, gettare la regione nel caos. I costi indiretti delle due guerre (compresi quelli di lungo termini legati alle disabilità riportate dai veterani) eguagliano più o meno quelli diretti.   

Anche la linea dura di Bush nei confronti dell’Iran fallì nel realizzare i risultati previsti. L’influenza dell’Iran a livello regionale – soprattutto in Iraq, ma anche in Siria e in Libano – è oggi più forte di quindici anni fa. Lo sviluppo del suo arsenale missilistico è molto più avanzato, e lo stop alla produzione di materiale per la costruzione di armi atomiche si deve interamente all’impegno diplomatico del presidente Barack Obama, non al militarismo e alle minacce di Bush.  

L’approccio di Bush nei confronti della Corea del Nord fu altrettanto inefficace. All’inizio del 2002, un fragile accordo del 1994 tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord teneva a freno i tentativi del Nord di sviluppare armi nucleari, anche se gli Stati Uniti avevano deliberatamente tergiversato su diverse punti dello stesso. Vilipeso dai rappresentanti più intransigenti dell’amministrazione Bush, l’accordo naufragò tra le recriminazioni reciproche nel 2002. Nel gennaio 2003, la Corea del Nord si ritirò dal Trattato di non proliferazione nucleare e tornò a dedicarsi allo sviluppo delle armi su vasta scala. Ora il paese possiede bombe termonucleari e missili balistici.

Tutti e quattro i casi sopra descritti riflettono lo stesso errore. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente disdegnato l’approccio negoziale ritenendolo sinonimo di debolezza e riconciliazione. La linea dura riscuote inizialmente il favore di buona parte dell’opinione pubblica statunitense, ma l’epilogo è sempre tragico.      

Con un atteggiamento di estrema risolutezza, Trump ha mezzo annunciato l’intenzione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare con l’Iran, sottoscritto non solo dagli Stati Uniti ma anche da altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Russia e Regno Unito) e dalla Germania. Il ritiro dall’accordo del 2015 farebbe eco all’abbandono dell’accordo sul nucleare con la Corea del Nord da parte di Bush. L’Arabia Saudita e Israele incoraggiano la sconsiderata politica di Trump nei confronti dell’Iran, ma entrambi i paesi rischiano di perdere molto nel caso di un fallimento dell’accordo.      

Sul fronte della Corea del Nord, la strategia di Trump che minaccia la “completa distruzione” del paese da parte degli Usa se non acconsentirà ad abbandonare il proprio programma nucleare appare ancora più scriteriata. Le probabilità che la Corea del Nord assecondi la richiesta statunitense sono praticamente nulle. Il rischio di provocare una guerra nucleare, invece, è alto e continua a crescere. Di fatto, la Corea del Nord ha detto esplicitamente che quella degli Stati Uniti è una dichiarazione di guerra, pur se la Casa Bianca ha smentito tale interpretazione.        

Trump, come Bush, ha completamente stravolto la famosa massima del presidente John F. Kennedy, il quale disse che gli americani non dovevano negoziare per paura, ma nemmeno aver mai paura di negoziare. Trump, come Bush, rifiuta di negoziare per timore di apparire debole, puntando su richieste unilaterali sostenute dalla minaccia o dall’effettivo uso della forza.     

Con un po’ di lungimiranza, non sarebbe difficile immaginare una collaborazione tra Iran e Stati Uniti su vari fronti, anziché un confronto a colpi di minacce di guerra. Trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese che preveda la creazione di due stati contribuirebbe, inoltre, a sciogliere l’ostilità dell’Iran verso Israele.

Per quanto riguarda la Corea del Nord, il paese vuole sviluppare un arsenale nucleare per contrastare i tentativi, concertati dagli Stati Uniti, di sovvertire il regime attuale. Tali timori non sono del tutto infondati, visto che in passato gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare regimi senza armi nucleari considerati ostili, tra cui quello afghano, iracheno, libico e (senza riuscirvi) siriano. Il regime nordcoreano ha detto chiaramente di perseguire un “equilibrio militare” con gli Stati Uniti al fine di escludere tale rischio.       

Gli Stati Uniti sono affetti da un’arroganza militare del tutto scollegata dalle realtà geopolitiche attuali. Il militarismo è fallito più volte ed è più pericoloso che mai. Trump, che è un pernicioso narcisista, sta cercando una gratificazione immediata e una “vittoria” politica. Le recenti guerre dell’America hanno fornito tale gratificazione prima di cedere il passo, nel giro di pochissimo tempo, al dolore – un rapido picco di euforia seguito da una profonda depressione. Gli Stati Uniti hanno nuovamente intrapreso questa strada, stavolta in rotta di collisione con un avversario dotato di armi nucleari, sulla quale resteranno a meno che altri paesi, leader americani e l’opinione pubblica non decidano di fermarli.

Un’alternativa migliore esiste, ed è quella che prevede negoziati diretti, trasparenti, obiettivi e liberi da minacce militari con l’Iran e la Corea del Nord su interessi comuni legati alla sicurezza. Lo stesso vale per i conflitti in Siria, Libia, Israele e Palestina, Yemen e altri paesi. La sede per discuterne esiste ed è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, creato nel 1945 per negoziare soluzioni quando il mondo oscilla tra la guerra e la pace.

Traduzione di Federica Frasca

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