Atlantic City poor people John Moore/Getty Images

Il pericoloso neoprotezionismo dell’America

NEW YORK – Il presidente americano Donald Trump sta per commettere un errore di politica che danneggerà, soprattutto nel breve periodo, paesi dell’Africa sub-sahariana, dell’America latina e dell’Asia, e in modo particolare alcune economie emergenti come la Cina e lo Sri Lanka (che gestiscono eccedenze commerciali significative nei confronti degli Stati Uniti), e l’India e le Filippine (tra le destinazioni preferite per la delocalizzazione). Ma a risentire più di tutti di questo errore saranno proprio gli Stati Uniti.   

La politica in questione è una strana forma di protezionismo neoliberista, che potremmo chiamare “neoprotezionismo”. Da un lato, è un tentativo di “salvare” posti di lavoro locali schiaffando dazi sulle merci straniere, influenzando i tassi di interesse, limitando l’afflusso di manodopera straniera e ostacolando l’outsourcing. Dall’altro, implica una deregolamentazione finanziaria d’impronta neoliberista. Ma non è questa la soluzione per aiutare la classe lavoratrice americana di oggi.   

I lavoratori americani si trovano ad affrontare sfide importanti. Sebbene gli Stati Uniti vantino attualmente un tasso di disoccupazione piuttosto contenuto, cioè pari al 4,8%, va detto che in molti casi si tratta di lavori part-time, e che in realtà il tasso di partecipazione alla forza lavoro (la quota di popolazione in età lavorativa già impiegata o alla ricerca di un impiego) è sceso dal 67,3% nel 2000 al 62,7% a gennaio di quest’anno. Inoltre, i salari reali sono praticamente fermi da decenni, e il reddito familiare medio è rimasto invariato dal 1998. Tra il 1973 e il 2014, il reddito del 20% più povero delle famiglie è di fatto lievemente diminuito, mentre quello del 5% più ricco è raddoppiato.   

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