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Trump il “Multilateralista” Riluttante

FIRENZE – Donald Trump non ha assunto la presidenza degli Stati Uniti da “multilateralista” convinto. Su questa valutazione possono concordare sostenitori di ogni orientamento politico. Tra le sue affermazioni elettorali più controverse ce ne erano alcune che insinuavano che la NATO fosse obsoleta, una posizione che non fa presagire niente di buono riguardo al suo atteggiamento nei confronti di altre organizzazioni ed alleanze multilaterali.

La scorsa settimana, tuttavia, Trump ha fatto un passo indietro, rassicurando l’audience presente al Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, in Florida (il quartier generale delle forze Usa che operano in Medio Oriente). “Noi sosteniamo fortemente la NATO”, ha dichiarato, spiegando che il suo “problema” con l’Alleanza riguardava una piena e corretta contribuzione finanziaria da parte di tutti i membri, non i fondamentali accordi di sicurezza.

Questa visione più sfumata riflette presumibilmente una nuova prospettiva riguardo alla considerazione che il mondo è un posto pericoloso, sia che essa derivi da briefing di sicurezza o dalla situazione che fa riflettere di occupare effettivamente l’Ufficio Ovale. Anche un presidente impegnato a mettere l’“America first” adesso sembra riconoscere che non è male una struttura di riferimento attraverso la quale i paesi possono perseguire obiettivi comuni.

La questione che ora si pone è se ciò che è vero per la NATO è vero anche per il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, e il Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria. Le testimonianze rilasciate da Trump durante la campagna elettorale e su Twitter non sono incoraggianti. Già nel 2012, egli aveva twittato critiche nei confronti della Banca Mondiale per il fatto di “legare la povertà al ‘cambiamento climatico’” (sue le virgolette). “E ci chiediamo perché le organizzazioni internazionali sono inefficaci”, egli lamentava.

Allo stesso modo, lo scorso luglio, egli ha ventilato l’eventualità di un ritiro degli Stati Uniti dall’OMC se questa ne limitasse la facoltà di imporre tariffe. Inoltre, durante la campagna presidenziale, ha promesso più volte di recedere dagli accordi sul clima di Parigi. Ma l’evoluzione della posizione di Trump sulla NATO suggerisce che egli potrebbe ancora riconoscere i vantaggi di lavorare attraverso queste organizzazioni non appena si rende conto che, anche, l’economia mondiale è un posto pericoloso.

Dopo l’elezione, Trump ha ammesso di avere un’opinione aperta riguardo agli accordi sul clima di Parigi. La sua posizione sembrava più orientata ad insistere riguardo alla necessità che le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici non impongano oneri eccessivi alle aziende americane che a negare l’esistenza del riscaldamento globale.

Il modo per limitare l’onere competitivo a carico dei produttori degli Stati Uniti è, ovviamente, quello di assicurarsi che anche gli altri paesi obblighino le loro aziende di adottare misure per la mitigazione del cambiamento climatico, mantenendo in tal modo parità di condizioni. E questo è esattamente ciò su cui verte l’accordo di Parigi.

Lo stesso può dirsi riguardo agli standard di adeguatezza patrimoniale del Comitato di Basilea. La detenzione di quote maggiori di capitale non è esente da costi per le banche americane; come presumibilmente viene ripetuto al presidente, mattino, mezzogiorno e sera, da consulenti del calibro di Gary Cohn, in precedenza di Goldman Sachs e ora a capo del National Economic Council dell’amministrazione Trump. Livellare il campo di gioco in questo settore significa richiedere che anche le banche estere detengano più capitali, cosa che rappresenta proprio lo scopo del processo di Basilea.

In modo analogo, Trump potrebbe arrivare ad apprezzare i vantaggi di lavorare attraverso il FMI nel caso in cui esploda una crisi in Venezuela, o in Messico, a causa delle sue politiche. Nel 1995, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha esteso l’assistenza finanziaria al Messico attraverso l’Exchange Stabilization Fund. Nel 2008, la Federal Reserve ha fornito al Brasile una linea di swap di 30 miliardi di dollari per aiutare il paese ad attraversare la crisi finanziaria globale. Ma si immagini l’indignazione con cui i sostenitori di Trump potrebbero salutare il salvataggio di un paese straniero “a spese dei contribuenti” o la rabbia dei funzionari messicani di dover garantire l’assistenza da parte della stessa amministrazione Trump responsabile dei mali del loro paese. Entrambe le parti sicuramente preferirebbero lavorare attraverso il FMI.

Trump non può essere contento che l’amministrazione Obama si sia precipitata a fare approvare la riconferma del presidente prescelto della Banca Mondiale, Jim Yong Kim. Ma egli riconosce chiaramente i vantaggi degli aiuti allo sviluppo. Mentre dichiarava che gli Stati Uniti dovrebbero “interrompere l’invio di aiuti esteri ai paesi che ci odiano”, ha anche osservato che il mancato aiuto ai paesi poveri potrebbe fomentare l’instabilità.

Questa sembra essere una delle aree in cui Trump favorirà azioni bilaterali, che gli consentirebbe di rassicurare i suoi critici conservatori insistendo sul fatto che nessun fondo americano viene destinato verso la pianificazione familiare, e contemporaneamente prendendosi il merito per ogni forma di assistenza. Allo stesso tempo, riducendo al minimo il ruolo degli Stati Uniti all’interno della Banca Mondiale egli creerebbe un vuoto che verrebbe colmato dalla Cina, bête noire di Trump, sia all’interno di questa istituzione che per le attività dell’Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese.

Il vero banco di prova della posizione di Trump sul multilateralismo sarà il suo modo di rapportarsi all’OMC. Non sarà facile, per non dire altro, indurre il Congresso degli Stati Uniti a raggiungere accordi sulla riforma dell’imposizione sul reddito aziendale e personale, su un’iniziativa sulle infrastrutture di un trilione di dollari, e sulla sostituzione della riforma sanitaria a firma Obama. Tutto ciò richiederà pazienza, che non è il forte di Trump. Il che induce a pensare che egli si sentirà spinto a fare ciò che può unilateralmente.

Una delle misure che egli può adottare unilateralmente è l’imposizione di dazi sulle importazioni, potenzialmente in violazione delle norme dell’OMC. Presto scopriremo se tali regole lo scoraggeranno.